Partiamo con un’apicoltura più amichevole, a cominciare dalla scelta dell’arnia

Quando si pensa di diventare apicoltore, la scelta dell'arnia è sempre una decisione difficile perché, una volta presa, da quel momento in poi l'allevamento prenderà una strada prefissata, difficile da cambiare. Figuriamoci se questa decisione la vorrebbe prendere chi un allevamento di api già ce lo ha e pure ben avviato.  

Nel passato gli apicoltori affidavano le proprie scelte calibrandole a quelle già operate da chi li aveva preceduti e le arnie erano il frutto di piccoli cambiamenti che si erano sovrapposti in migliaia di anni e che le avevano portate ad essere le più adatte per le esigenze degli apicoltori e delle api di quel determinato luogo e momento. In Sardegna le arnie in sughero, in Sicilia le arnie in ferula, in altri luoghi altre arnie di cui, nella maggior parte dei casi, si è persa memoria, ma che sicuramente erano il giusto compromesso tra il comportamento naturale delle api e le esigenze di raccolta degli apicoltori.

Finalmente abbiamo le prime arnie Warrè italiane; quella raffigurata è di Giovanni e Nicoletta. L'esperienza di Corrado la puoi leggere in questo articolo, mentre altre foto le puoi trovare a questo link.  

Con l'avvento dell'industrializzazione queste arnie non sono andate più bene perché non permettevano la meccanizzazione dell'apicoltura. Ecco che Langstroth nel 1851, la cui principale preoccupazione era di semplificare lo studio del comportamento delle api, scopre lo spazio d'ape e subito ne legge la grande portata per l'industrializzazione dell'apicoltura e brevetta la sua arnia dopo solo un anno. Non dimentichiamo che almeno altri due apicoltori erano arrivati a risultati simili e questo per dire che oramai i tempi erano maturi affinché si arrivasse a quel risultato. Ed infatti, malgrado gli antichi greci avessero già scoperto come allevare le api in alveari a favo mobile (conoscenze poi recuperate per la realizzazione della Kenya top bar), le proprietà di questo tipo di alveare si erano perse fino alla scoperta di Langstroth, evidentemente non erano sentite necessarie. Il successo, nel caso del reverendo statunitense, è stato strepitoso, prima nel suo paese natale, che più di tutti si stava impegnando nella meccanizzazione dei cicli produttivi, e poi in tutti gli altri paesi dell'occidente e non solo. Ancora oggi l'arnia Langstroth è la più utilizzata al mondo. Ma è la migliore arnia per le api? Se potessero decidere, le api la eleggerebbero casa dell'anno? Probabilmente no. L'arnia Lanstroth, e le sue imitazioni, come la nostra Dadant Blatt (e comunque tutte quelle a favo mobile) sono le migliori arnie per studiare il comportamento delle api (il motivo principale per la quale è stata inventata), per produrre pappa reale e regine e per ottenere la maggiore produzione per alveare: per chi ha queste esigenze, meglio dell'arnia a favo mobile non esiste nulla!

 

Basta questo, però, per affermare con sicurezza che è la migliore per fare apicoltura? La risposta è del tutto soggettiva. Nel passato molti apicoltori si son fatti la stessa domanda e lo dimostra la quantità di brevetti più o meno fantasiosi che giacciono nelle polverose stanze degli uffici competenti. 

 

Ma già negli anni '40, un apicoltore – l'abate Warrè – aveva intuito quali problemi erano nascosti dietro l’elettrizzante possibilità di estrarre i favi dall’alveare e il tempo sembra dargli ragione. Innanzitutto la difficoltà di autocostruzione e della sua gestione per cui immaginava che l'apicoltura sarebbe diventata presto affare di professionisti mentre, e come dargli torto, il mondo ha bisogno che molta gente allevi api; poi l'arnia a favo mobile non è affatto la migliore se si cerca di osservarla dal punto di vista dell'ape. Cosa ha perso l'ape con la moderna apicoltura, è già stato tema di un mio precedente articolo (http://www.bioapi.it/cosa-le-api-hanno-perso-con-lallevamento-moderno.html) ma vorrei  riassumerlo in poche righe.

  • La forma dell'alveare e la coibentazione: il tronco d'albero è ancora insuperato e, probabilmente, insuperabile.
  • La naturale propensione a procedere, nella costruzione dei favi, dall'alto verso il basso; è estraneo al modo di agire delle api mettere il melario sopra il nido perché loro se lo aspetterebbero sotto. Ma lo si mette sopra perché esse preferiscono mettere il miele in alto. L'ideale sarebbe metterlo sotto e aspettare, prima di raccogliere il miele, che le api abbiano spostato in basso la covata.
  • La libertà di autocostruire i favi sia nella grandezza della cella (che in natura è molto più piccola di quella stampata nei fogli cerei) che nell'interfavo che è molto più stretto si quello proposto nell'arnia a favo mobile (altro che spazio Mussi, esattamente l'opposto!).
  • La possibilità di allevare i maschi come desiderato e, soprattutto, di sciamare; è come se a noi ci impedissero di procreare... che triste sarebbe l'esistenza!
  • Nella gestione del microclima del nido. Infatti se i favi sono attaccati alle pareti dell'arnia, l’aria (specialmente quella calda) rimane imprigionata tra i favi, soprattutto se sono “a caldo” – ovvero paralleli alla porticina di volo – come le api preferiscono costruirli; in tal modo le api sono facilitate nel mantenere il calore del nido. Nelle arnie a favo mobile i telaini lasciano degli spazi ai lati, ma anche in alto, dove fuoriesce il calore (senza dire cosa succede quando si apre l'alveare e quando si mette il melario!). Questo potrebbe (il condizionale è d'obbligo) influire anche su alcuni comportamenti delle api; infatti l’estrema mobilità dell’aria all’interno dell’alveare potrebbe interferire sulla trasmissione dei feromoni.

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