Il blocco della covata, una tecnica oramai imprescindibile
Scritto da Marco Valentini   
Sabato 14 Febbraio 2009 08:54

C’è solo una certezza per la stagione apistica che si sta aprendo: sarà l’anno del blocco di covata. No, non voglio minimizzare sulla mortalità invernale degli alveari che, anche quest’anno, è possibile definire, purtroppo e senza paura di essere considerato esagerato, una vera e propria strage. Ma proprio la grande mortalità, che si perpetua da anni, ma che avuto l’apice in questi ultimi due, spingerà molti apicoltori a provare questa tecnica apistica che non è proprio del tutto nuova. L’anno scorso ho fatto alcune prove e vorrei tentare di aggiornarvi sullo stato delle mie conoscenze. Mi ha scritto Marco Moretti, un apicoltore lettore del sito, che ha provato questa tecnica con i suoi 120 alveari; la puoi leggere al seguente link.

Dicevo, quindi, che alla tecnica del blocco di covata è stato dato ultimamente un alone di novità ma in realtà era già conosciuta e consigliata per tenere a bada la varroa oltre vent’anni fa. Il fatto è che, per un verso non era considerata strettamente necessaria, visto che i principi attivi erano ancora potenti e la varroa poco aggressiva e, poi, i metodi proposti erano costosi e perfino demenziali. Ora che si riparte, però, non dobbiamo farlo proprio da zero.

Intanto c'è una sperimentazione svizzera (del solito Istituto di Liebefeld) che pubblicò Apitalia molti anni fa, quando ancora lavoravo per la Federazione Apicoltori Italiani, sull'asportazione (addirittura!) della covata estiva che, a conti fatti, non procurò effetti negativi degni di nota.

Quando, due anni fa, andai in Cina, mi ha incuriosito molto vedere che lì tutti gli apicoltori utilizzano il blocco della covata ed lo fanno con una gabbietta in legno che lascia passare le api perché funge da escludiregina. Ed è proprio questa che ho adoperato per le mie prove. Alcuni apicoltori che ho incontrato in quel paese mi hanno confidato che loro la utilizzano alla ripresa della stagione, più per decidere quando far iniziare la deposizione della regina che per tenere a bada il pericoloso acaro. A dire il vero ho provato, e con me anche un amico, ma a entrambi è capitato di tirar fuori solo cadaveri. In attesa di ulteriori delucidazioni dalla Terra dei dragoni, direi di soprassedere. Peccato perché in questo caso l’ingabbiamento si poteva fare in un periodo nel quale abbiamo molto più tempo a disposizione e, poi, poteva essere utilizzato per regolare la forza della famiglia e, in ultima analisi, la sciamatura.

A proposito di sciamatura: se le api sciamano, blocca la covata sia lo sciame, è ovvio, sia la famiglia che ha sciamato. Solo se lo sciame parte tardivamente, a stagione inoltrata, e quindi non partono neppure sciami secondari, la regina giovane nasce poco dopo la partenza della madre e il blocco di covata non è proprio totale. Lo sciame sarebbe meglio trattarlo – io lo faccio con l’acido ossalico spruzzato alla concentrazione del 3% – quando la regina ha già cominciato a deporre mentre la famiglia che ha sciamato, dopo 7, massimo 8 giorni da quando la regina ha cominciato a deporre.

Prima domanda: qual è il periodo migliore? Direi di escludere, almeno fino a quando non abbiamo maggiori conoscenze tecniche e scientifiche sulla tecnica, il periodo nel quale se la regina muore nella gabbia, le operaie di casa non avrebbero modo di rifarsela. Devono, quindi, essere presenti i maschi. Inoltre, escluderei anche il periodo della sciamatura, anche se ci faciliterebbe il fatto che in questo periodo apriamo alveari in continuazione e sarebbe più facile incontrare e confinare la regina. È molto probabile, infatti, che le api si mettano a costruire celle di emergenza e, in seguito, sciamare. Siamo quindi arrivati, più o meno a seconda del clima, a metà giugno. Possiamo aspettare ancora un po’ per essere sicuri di non abbassare le produzioni estive? Sì certo, ma non andrei troppo oltre. Per ovvi motivi, non bloccherei la regina con l’arrivo della siccità per via del saccheggio e del fatto che la covata sta già diminuendo troppo e le varroe stanno operando indisturbate i loro primi danni. Se bloccate verso fine luglio, o addirittura agli inizi di agosto, la situazione potrebbe essere, in molti casi, già compromessa. Tutte le varroe nascenti andranno sulle api adulte e le massacreranno… la botta finale. Personalmente, mii sono trovato bene quando ho bloccato la regina a metà della fioritura del castagno (che per altri potrebbe essere a metà dell’ultimo raccolto). Nessuna ha provato a sciamare; qualcuna è stata sostituita, ma il blocco ha funzionato lo stesso e in più mi sono trovato una regina giovane. Infatti se uccidono la regina subito appena ingabbiata, al massimo dopo 11 giorni sfarfalla la regina nata da una cella di emergenza, che comincia a deporre le uova dopo una decina di giorni, ma anche di più; ora, prima che le larve arrivano ad essere di nuovo attrattive per la varroa, passano almeno altri 7 o 8 giorni; e siamo ad un totale, anche se tutto avviene velocemente, che supera abbondantemente i 24 giorni del ciclo di sviluppo dei fuchi. Ad onor del vero, mi sono anche trovato regine che, una volta liberate, non hanno più covato e le ho dovute sostituire. Erano pochissime ma, anche, le più anziane.

Seconda domanda: per quanto tempo bloccare? Io direi il più breve tempo possibile che ci permetta il massimo del successo. Se seguo quello che dicono i sacri testi, ovvero che il ciclo di sviluppo del fuco della nostra ape è di 24 giorni (col caldo dovrebbe leggermente diminuire, ma fa niente); mentre quello dell’operaia è di 21 giorni (anche in questo caso diminuisce leggermente col caldo) e che, infine, la varroa entra nella celletta entro 24 ore prima dell’opercolatura (ho quindi 8 giorni per intervenire dopo la liberazione) avrò: 24 giorni (il ciclo di sviluppo del fuco) – 8 giorni in cui la larva non attrae ancora la varroa = 16 giorni di ingabbiamento; per essere sicuri, si può aggiungere un giorno, ma non è che la regina appena liberata corre a mettere il suo primo uovo! Nel caso non ci sia covata da fuco ma solo di operaia, allora si può ridurre l’ingabbiamento di 3 giorni. Questi tempi ci obbligano, però, ad aprire l’alveare tre volte: una per cercare e ingabbiare la regina, una per liberarla ed una per fare il trattamento acaricida quando la regina ha già cominciato a deporre. Se si vuole aprire una volta in meno, non ci sono santi, il periodo dell’ingabbiamento deve coincidere con il ciclo di sviluppo delle api, 24 giorni se ci sono maschi e 21 se non ci sono. Aggiungo, però, che facendo il trattamento dopo 7-8 giorni dalla liberazione, avrete la sicurezza che la nuova regina ha superato brillantemente la clausura.

Terza domanda: come far fuori quei maledetti acari che sono sulle nostre api a gozzovigliare? Acido ossalico sgocciolato? Lo sappiamo che in estate non funziona bene e non solo perché in questo periodo c’è covata, ma più facilmente perché la soluzione si disidrata troppo velocemente. Acido ossalico spruzzato? Ho provato, funziona ma non so quanto perché, mi viene da pensare, che in questo periodo le api sono tante, e molte sono fuori a raccogliere e arrivare su tutte non è facile. Il fornelletto? Non mi piace e non lo adopero e quindi non lo so. Forse sarebbe meglio adoperare del timolo (decidete voi in quale formulazione) anche se non posso dire con sicurezza, perché non ho ancora provato, e non vorrei che le api se la prendessero a male e abbandonassero l’arnia.

Infine, se il flusso nettarifero fosse nel frattempo terminato, male non farebbe una nutrizione, ma dopo la liberazione della regina, naturalmente. A tal proposito, ricordo a tutti che la covata nuova, per essere in piena forma, deve essere abbondantemente alimentata con pappa reale (non so se avete mai visto come cova bene una regina immessa in un alveare orfano da molto tempo in cui le api di casa hanno le ghiandole ipofaringee piene). Ho parlato con molti amici che hanno nutrito le api a fine luglio in piena siccità e hanno conservato alveari in forma. Io non nutro mai perché essendo certificato biologico, preferisco eliminare ogni possibile problema burocratico, ma per gli alveari che hanno stazionato in zone dove è abbondante il raccolto estivo, la situazione all’uscita dall’inverno è molto migliore.

Ah, quasi scordavo. Immagino vorrete sapere come hanno svernato queste api alle quali ho fatto il blocco della covata. Ve lo dirò quando finisce finalmente di piovere e potrò ritornare a controllarle. Posso, invece, anticiparvi che a fine novembre, quando le ho aperte tutte, una ad una e fatto il trattamento invernale, ne erano morte “solo” tre su 35. Alcune, altre 4 o 5, erano deboline e forse con questo inverno inclemente, non ce la faranno a sopravvivere tutte. Purtroppo, invece, almeno un terzo aveva la covata (poca ma ce l’aveva) e questo potrebbe essere tema di un prossimo articolo: perché le api in inverno continuano a fare la covata? e quanto questo influisce sulla varroa in agosto?

Marco Valentini