| Lavorare la cera |
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| Scritto da Marco Valentini |
| Domenica 14 Dicembre 2008 20:13 |
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A questo scopo vi sono, soprattutto per piccoli allevamenti, due tipi di sceratrici: quelle solari, che per la fusione si servono, appunto, dell’energia del sole e le sceratrici a vapore. Ve ne sono di tutti i tipi e di tutti i prezzi; sta all’apicoltore scegliere quella giusta per il proprio allevamento e per la propria tasca (i prezzi variano dalle 300.000 alle 700.000 lire e anche oltre). Quella solare è la più indicata per fondere la cera di opercolo e dà il miglior prodotto finale. È costituita da un telaio portavetri incernierato su un cassone, di lamiera zincata o, meglio, di acciaio inox. Qui si trova un piano forato dove va poggiata la cera nella quantità giusta perché non tocchi il vetro quando la sceratrice viene richiusa poi vi è un contenitore che accoglierà la cera fusa. Gli opercoli o le porzioni di favo possono essere messi la mattina mentre il “pane” di cera va tolto il giorno seguente, sempre al mattino (quando si sarà freddato); il ripiano deve essere pulito il pomeriggio perché i detriti rimasti sono ancora molli e facilmente asportabili. Alcune sceratrici solari, le più moderne, hanno un ottima efficienza e possono essere caricate anche due volte al giorno.
La sua fattura è molto semplice: una camera dove far bollire, per mezzo di un fornello a gas o di una resistenza elettrica, l’acqua, un alloggiamento dove mettere i telaini o gli opercoli, un filtro, a volte costituito da un sacco di juta e un convogliatore di acqua e cera verso il contenitore esterno. Dato che la cera è più leggera dell’acqua, a raffreddamento ultimato, si stratificherà nella parte alta del contenitore; una volta tolta, la forma che si origina va lavata per eliminare i residui di miele e, in seguito, raschiata alla base dei detriti non trattenuti dal filtro. da Terra e Vita n. 39 del 1994 |