Come e quando effettuare la nutrizione dell'alveare

L’apicoltura è arte antica e, quindi, su molte delle operazioni apistiche, ci si trova tutti d’accordo, giovani con anziani, chi pratica una apicoltura biologica  con coloro che, invece, preferiscono il convenzionale, perché è il tempo che ha smussato tutte quelle posizioni estreme che, per esempio, possiamo notare quando si parla di varroa che, al contrario, è problema relativamente recente.

È anche vero che ogni regola ha la sua eccezione, che faremo notare nei prossimi articoli, e su alcune tematiche non si riesce ad avere il parere unanime di tutti. Chiedete agli apicoltori se gli alveari colpiti da peste americana debbano essere o no soppressi oppure se sono gli alveari del nomadista a diffondere le malattie ovvero se non sono le sue stesse api ad essere vittime di colonie deboli e malaticce di apicoltori “della domenica” che non curano a dovere le proprie compagne di lavoro. Siamo certi che ne riceverete delle risposte alquanto contraddittorie.

Se queste contrapposizioni sono da criticare, perché foriere di litigiosità fra colleghi e freno per il progresso della categoria, all’estremo opposto è altrettanto deleterio, soprattutto per un mestiere così complesso come il nostro, avere dei punti fermi sui quali non smuoversi, magari perché è opinione corrente che si deve operare in un certo modo o perché lo si è letto su un libro di apicoltura. Un collega, molto saggio, un giorno ebbe a dirmi, riferendosi ad alcuni comportamenti apparentemente inspiegabili dei suoi alveari: “Si vede proprio che le mie api non hanno letto nessun manuale!”.

Questa piccola premessa mi è utile per introdurre un argomento che, appunto, apparentemente mette tutti d’accordo, ovvero la nutrizione degli alveari, che a detta dei più deve assolutamente essere fatta, mentre è mia intenzione mettere il tarlo del dubbio affinché l’apicoltore agisca sempre con notevole circospezione. Cerchiamo quindi di dare, innanzi tutto, gli elementi fondamentali della discussione.

Dividiamo subito la nutrizione in:

  1. essenziale alla costituzione delle scorte necessarie ad arrivare alla primavera successiva senza che le api rischino di rimanerne senza;
  2. di emergenza o di soccorso quando, a causa di eventi climatici particolarmente avversi, le previsioni che si erano fatte in autunno si sono dimostrate carenti e, quindi si deve intervenire per evitare la morte per fame degli alveari;
  3. stimolante, che viene praticata per stimolare, appunto, la regina a produrre covata con un certo anticipo per sfruttare al meglio la fioritura prescelta per la produzione di miele.

    Integrazione delle scorte

È evidente che, a seconda della zona climatica nella quale ci troviamo ad operare, cambia la quantità di miele che le api devono assolutamente avere a disposizione per passare l’inverno: nelle zone a clima mediterraneo, ne bastano 8 kg; nelle zone di montagna, invece, spesso non ne sono sufficienti 16-18 kg. Infatti il consumo di miele di una famiglia di media forza, in mancanza di apporto esterno di nettare è, in media, di circa 2 kg al mese, anche se vi sono grossi scarti da questa cifra a seconda di quanta covata sia presente nell’alveare.

Quindi, prima di nutrire gli alveari per integrare le scorte, è estremamente importante visitarli per poter giudicare se, questo intervento sia davvero necessario. Del resto il calcolo è piuttosto semplice. Sapendo approssimativamente la quantità di tempo che le api non potranno bottinare per le avverse condizioni atmosferiche o per mancanza di flora (e ciò varia da zona a zona); che in ogni mese di mancato approvvigionamento dall’esterno, come abbiamo detto, le api consumano circa 2 kg di miele e che in ogni telaino da nido della misura standard (Dadant-Blatt) colmo di miele vi sono dai 3,5 ai 4 kg di miele, non si dovrebbero avere difficoltà a trarne le conclusioni. 

Ma non si tratta solo di fare economia sulla nutrizione, gestire bene  questa tecnica apistica, significa eliminare alcuni inconvenienti che altrimenti potrebbero verificarsi nella successiva primavera. Eccessive scorte ancora presenti nei favi in questo periodo, infatti, ritardano la ripresa della famiglia perché la regina non ha sufficiente cellette a disposizione per deporre le uova e, proprio per ovviare a questo problema, appena si colloca il melario, le api cercano di spostare in alto l’eccesso di miele del nido. 

La migliore integrazione delle scorte si ottiene somministrando alle api del candito (nella scheda qui accanto spieghiamo come produrlo in azienda), oppure distribuendo nell’apposito nutritore dello sciroppo ottenuto sciogliendo in acqua dello zucchero nella proporzione di 1:1 o 1:2 (si porta ad ebollizione l’acqua, e, per non rischiare fenomeni di caramellizzazione,  si versa lo zucchero rimestando, solo dopo averla tolta dal fuoco). Il candito è meglio somministrarlo quando si prevede un lungo tempo di inattività delle api (es. da ottobre/novembre a gennaio/febbraio); lo sciroppo, al contrario, è meglio somministrarlo quando le api hanno poi la possibilità di uscire per defecare, altrimenti si potrebbero manifestare dei fenomeni di diarrea (temperature maggiori di 12°C).

Somministrazione di candito e sciroppo

Il candito lo si può collocare sopra il coprifavo, previa formazione, nella parte sottostante della busta che lo contiene, di un foro di circa 7/8 centimetri. Le api lo consumeranno passando attraverso il foro del nutritore che, evidentemente, va aperto. Quando le api lo hanno in buona parte consumato, può succedere che il peso della plastica che contiene il candito, vada ad occludere il foro d’entrata, rendendone inutilizzabile l’ultima porzione e, non raramente, uccidendo le api che vi rimangono “imprigionate”. Per ovviare a questo inconveniente è bene, al momento della somministrazione, introdurre uno o due bastoncini, tipo quelli comunemente utilizzati per gli spiedini, attraversando la busta da parte a parte.  Lo sciroppo, invece, lo si può somministrare attraverso il classico nutritore da porre sopra il coprifavo o con il nutritore “a tasca” che prende il posto di un favo all’interno del nido. Quest’ultimo ha il pregio di poter essere utilizzato anche come diaframma e permette alle api di ingerire lo sciroppo ad una temperatura più consona. Per essere utilizzato, però, bisogna aprire l’alveare e non sempre le condizioni climatiche lo permettono, mentre, per non far affogare le api nello sciroppo, sarà utile porre al suo interno dei piccoli bastoncini di legno dove le api possano posarsi.

Sia il candito che lo sciroppo possono essere acquistati in commercio, ai negozi di materiale apistico o, direttamente, dalle ditte produttrici. Al posto dello zucchero può essere senz’altro utilizzato il miele che, è così ovvio che non lo si dovrebbe neppure dire, è molto migliore, dal punto di vista nutrizionale, del primo; ma restituire alle api il miele risulta essere un’operazione che può riservare delle spiacevoli sorprese. La prima è di tipo sanitario: se il miele è di dubbia provenienza, potrebbe essere veicolo di malattie, quali la peste americana; e a questo si può ovviare utilizzando sempre miele di propria produzione. Il secondo rischio è quello di innescare fenomeni di saccheggio. Infatti il miele emana degli aromi che eccitano le api degli alveari vicini; in questo caso si deve somministrare nutrimento a base di miele sempre al far della sera.

Sulla nutrizione di soccorso c’è poco da dire, se non che mai bisognerebbe far trovare le api nella condizione di rischiare la morte per fame. Il periodo nel quale può capitare questo evento nefasto è, al contrario di quanto potrebbe pensare il profano, quello primaverile. Infatti il pericolo c’è quando nell’alveare sono presenti molte api e molta covata e, magari per un ritorno di freddo o una lunga pioggia, le api sono costrette all’inattività, consumando, conseguentemente, le poche scorte ancora disponibili. In questo caso la migliore soluzione è la somministrazione di sciroppo zuccherino 1:1 magari tiepido, per velocizzare l’assunzione.

Nutrizione stimolante

Con la nutrizione stimolante, si entra in un argomento piuttosto delicato.  Praticamente tutti gli apicoltori, prima di una grossa fioritura (soprattutto quelle della prima o di metà primavera), nutrono gli alveari per stimolare la regina alla produzione di uova e quindi avere al momento propizio, numerose api per la raccolta. Come avrete capito è un tipo di nutrizione che serve a aumentare le produzioni di miele ma, per essere sicuri che ciò avvenga, sono necessarie delle previsioni sul futuro che non sempre si avverano; può capitare, ad esempio, che cominci a piovere o che ritorni il freddo e la fioritura ritardi oppure non essere sfruttata dalle api; e, se sbagliamo nelle quantità di nutrimento o iniziamo a nutrire troppo in anticipo, le famiglie arrivano troppo forti alla fioritura e sciamano.

Dato che dalla deposizione dell’uovo allo sfarfallamento dell’adulto di operaia passano circa 21 giorni, la nutrizione stimolante deve iniziare circa un mese, un mese e mezzo prima della prevista fioritura. Questo tipo di nutrizione può essere vantaggiosa nel caso di apicoltura nomade, in quanto gli alveari vengono spostati da un territorio ad un altro con  apporti nettariferi anche molto diversi; nel caso di apicoltura stanziale, invece, le api sono in piena armonia con l’ambiente circostante e nutrire gli alveari porterebbe ad evidenziare dei comportamenti indesiderati come la sciamatura. Un’alternativa alla nutrizione stimolante potrebbe essere quella di spostare gli alveari con un certo anticipo rispetto alla fioritura in modo che le api trovino da sole il giusto equilibrio con l’ambiente, oppure le si può spostare prima  in un luogo dove sono gli stessi fiori presenti a stimolare le api e solo in un secondo tempo, le si porta alla fioritura interessante sia dal punto di vista del pregio (es. acacia), che della copiosità. Un altro metodo, che può essere utilizzato per stimolare la famiglia alla produzione di covata, è quello della raschiatura degli opercoli di un favo pieno di miele; in questo modo si ottiene anche il secondo vantaggio di poter sostituire velocemente il favo se questo è vecchio o deforme. Le api, infatti, lo svuotano abbastanza rapidamente, in relazione delle loro necessità alimentari. L’unica attenzione dobbiamo porla al pericolo del saccheggio e, quindi, si deve operare al far della sera.

Un’ultima notazione merita la nutrizione che deve essere effettuata subito dopo il trattamento anti-varroa estivo. Questa potrebbe essere utile per stimolare la regina a produrre nuove operaie nel momento cui, proprio grazie al trattamento effettuato, abbiamo nell’alveare poche varroe. Da questa covata, infatti, nasceranno api che saranno più “vitali” e supereranno con maggior facilità i rigori dell’inverno perché non troveranno, che solo raramente, sulla loro strada, degli acari che le infliggeranno le dannose punture.

Da Terra e Vita n. 7 del 1995

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