I favi vanno in magazzino

Come dicevamo in uno degli scorsi numeri di Terra e Vita, la varroa ha cambiato il modo di fare apicoltura mettendo spesso l’apicoltore nel dilemma, tipico del periodo di transizione che stiamo ancora vivendo, di quale nuova metodica di lavoro seguire.

Il classico esempio è l’immagazzinamento dei favi del melario. Intanto, fino a qualche tempo fa, non tutti gli apicoltori lo praticavano, perché trovavano più utile lasciare melario e telaini tutto l’anno sopra il nido. Così facendo, si risparmiavano un gran lavoro ma, in questo modo, riversavano il problema sulle api che dovevano, durante l’inverno, riscaldare un volume di alveare molto maggiore, con il conseguente aumento dei consumi di miele, che doveva essere poi integrato con più abbondanti nutrizioni zuccherine. In primavera, non di rado, la regina si ritrovava a deporre le uova nel melario con ulteriori evidenti problemi.

I più solerti, invece, dopo l’ultima smielatura, ponevano di nuovo i melari sui nidi per uno o due giorni, il tempo necessario perché i favi venissero ripuliti dai residui di miele, per poi rimuoverli e riporli in magazzino. Così facendo si arrivava a fine settembre-ottobre e vi era tutto il tempo per lavorare con il giusto ritmo.

Oggi non è più così. Infatti, quando si tolgono i melari per l’ultima estrazione di miele, è possibile che vi sia ancora del flusso nettarifero per cui i favi, dopo la smielatura, non possono essere ricollocati sopra i nidi, pena la deposizione di altro miele che creerebbe non pochi problemi, anche di carattere psicologico, all’apicoltore. In questo caso c’è una massima da seguire: “meglio perdere qualche chilo di miele che tutto l’alveare” il che può succedere se si ritarda la somministrazione del prodotto anti-varroa.

La tarma della cera

In poche parole, la situazione a cui dobbiamo far fronte è la seguente:  melari con telaini imbrattati di miele, stagione calda favorevole allo sviluppo della “tarma della cera” e, in più, mole di lavoro da effettuare non indifferente. Ma esaminiamo i problemi uno alla volta.

Al primo, è evidente, non v’è rimedio; comunque, anche noi, seguendo la pratica di immagazzinare favi imbrattati di miele, non abbiamo subito alcun fastidio se non quello ipotetico (perché mai misurato) di aumentare il numero di lieviti (soprattutto saccaromiceti ma anche altri) sui favi. Ciò potrebbe essere un rischio perché questi microrganismi, vivendo a spese dei residui di miele si moltiplicano a dismisura  e, in primavera, quando i melari vanno di nuovo collocati sugli alveari per la nuova produzione, causare un aumento del carico microbico del nuovo prodotto  (ma ripetiamo non ci è finora mai successo, forse anche perché smieliamo miele sempre maturo), e la sua possibile fermentazione.

La tarma della cera, invece, è un problema comunque affrontabile ma la cui soluzione richiede del lavoro aggiuntivo. Con il nome “tarma della cera”, di solito, si accomunano due specie di lepidotteri che hanno abitudini comuni: la Galleria mellonella (la tarma grande, che può raggiungere i 2 cm di lunghezza), così chiamata perché, quando si trova negli alveari, con il suo progredire, produce delle vere e proprie gallerie, rialzando gli opercoli delle cellette di covata; e la Achroia grisella (la tarma piccola che raggiunge i 7-8 cm di lunghezza). Oltre ai favi in magazzino, questi parassiti colpiscono, seppur in misura minore, anche quelli all’interno degli alveari. Ciò succede di rado perché, quando la famiglia è forte, le api stesse le sanno tenere sotto controllo. Famiglie deboli, invece, possono soccombere ma, in questo caso, è lo stesso apicoltore che deve intervenire in tempo per capire il motivo del mancato sviluppo della colonia.

L’adulto è una farfalla dalle ali di colore bruno chiaro-grigiastro che depone, in primavera, delle uova sui telaini o sulle pareti dell’arnia o del melario; la larva, di colore grigio perlaceo, si nutre a spese della cera dei favi, che appaiono, quando attaccati, coperti di secrezioni sericee, unite a piccoli escrementi di colore nerastro. Chi possiede il fondo antivarroa, può accorgersi della presenza nell’alveare delle larve della tarma, proprio costatando la presenza, sul vassoio, dei piccoli escrementi. Raggiunta la maturità, la larva costruisce il bozzolo, in una zona nascosta dell’arnia, scavando anche delle nicchie nel legno, aggravando i danni.

I favi colpiti da questo parassita sono soprattutto quelli che hanno contenuto la covata, perché qui trovano i fattori di crescita necessari al loro sviluppo. L’uso dell’escludiregina, già in precedenza caldamente consigliato, non permettendo alla regina di deporre uova nei favi da melario, limita i successivi danni in magazzino.

Come controllarla

Ma vediamo come tenerla sotto controllo. La prima operazione da fare è quella della cernita dei telaini che hanno ospitato covata che, soprattutto se vecchi e malformi, vanno eliminati, fondendoli per ricavarne nuova cera; inoltre, questi favi cedono al miele dei sapori estranei che il consumatore potrebbe non gradire. I melari, con i telaini posti alla distanza regolare, ovvero non ammassati, vanno impilati fino a raggiungere un’altezza di 2-3 metri, ponendo alla base un cartone o un coprifavo capovolto. Quindi si poggia, sui telaini dell’ultimo melario, un barattolo (tipo quello dei pomodori pelati), si infilano una o due pasticche di zolfo, precedentemente acquistate in un negozio di enologia, con del fil di ferro che si andrà poi ad appoggiare sui bordi del barattolo. Infine si pone, al termine della pila, un altro melario, ma questa volta senza telaini (che fungerà da camera di combustione), si accende la pasticca con un fiammifero e si chiude il tutto con un coprifavo. Di solito sono necessari due trattamenti a distanza di 15 giorni per essere sicuri, fino a primavera, di non subire danni e poi, quando la temperatura scende stabilmente sotto i 15 gradi, la tarma della cera non si sviluppa più.  Attenzione ai vapori di anidride solforosa che, se respirati, possono essere tossici, nonché a remoti, benché possibili, incendi.

Questo parassita trova inospitale l’ambiente saturo di anidride solforosa, prodotta dalla combustione dello zolfo, e muore; il secondo intervento è necessario per distruggere eventuali larve nate dopo il primo trattamento dato che l’anidride solforosa non uccide le uova. Qualche apicoltore, preferisce utilizzare direttamente l’anidride solforosa contenuta nelle bombolette vendute, anch’esse, nei negozi di enologia. In questo caso va azionato lo spray per tanti secondi quanti melari formano la pila.

In passato gli apicoltori, per salvaguardare i favi del melario dagli attacchi della tarma della cera, hanno usato anche altri prodotti  quali il paradiclorobenzolo (la comune naftalina, ormai non più in vendita perché cancerogena) e il tetracloruro di carbonio, che non vanno assolutamente utilizzati perché pericolosi per la salute umana. Il futuro, invece, gli apicoltori lo affidano ai prodotti a base di spore di Bacillus thuringensis che, qualora le case produttrici li facessero registrare al Ministero della sanità anche per l’uso apistico, sarebbero sicuramente molto apprezzati perché efficaci e praticamente innocui sia per l’uomo che per le api.

Per ovviare all’ultimo problema a cui avevamo accennato, ovvero il grosso impegno per l’apicoltore, tutto circoscritto in un ristretto lasso di tempo,  si potrebbe seguire questo schema di lavoro: mentre si tolgono i melari per effettuare l’ultima smielatura, si comincia già a somministrare il prodotto antivarroa, quindi si va in laboratorio per l’estrazione del miele e, infine, si ripongono i favi in magazzino. Per effettuare quest’ultimo passaggio, avremo ancora qualche giorno, che sarà sufficiente a riprendere fiato. Poi ci possiamo sempre consolare pensando che, facendo apicoltura, non avremmo più bisogno, almeno nel periodo estivo, di fare ginnastica e potremmo quindi risparmiare le costose rette della palestra. Buon lavoro!

Da Terra e Vita n. 39 - 1994

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