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Lettera ad Apitalia Stampa E-mail
Scritto da Marco Valentini   
Venerdì 26 Dicembre 2008 21:33

Caro Direttore Editoriale,

è il 27 marzo quando mi accingo a sfogliare il nuovo numero di Apitalia che ha in copertina il bel faccione di Columbro e la scritta “Buona colazione con il miele”; nella stanza accanto il telegiornale di Rai3 titola in apertura sul crollo delle vendite della mozzarella di bufala campana, in quanto si sospetta un inquinamento da diossina. Scatto sulla sedia, porca miseria! Il mio cibo preferito: solo il giorno prima, sedotto dalla mega offerta del supermercato sotto casa ne avevo fatto incetta. Questi infingardi della grande distribuzione (scusino l’iperbole), le notizie le hanno prima del simpatico Di Bella e mi hanno fregato di nuovo! Cretino, mi dico, se il supermercato fa un’offerta, non è mica la Caritas: un motivo c’è sempre. Faccio capolino dalla porta e il tubo catodico mi mostra il Ministro dell’agricoltura (io lo chiamo ancora così, mi si perdonerà) che, finita la conferenza stampa indetta per tranquillizzare l’opinione pubblica, invita tutti i presenti ad un festante banchetto con mozzarella di bufala dop. E’ inevitabile che mi chieda: sarà del casertano o del salernitano? E ancora, avranno fatto prima una bella analisi? Mi sa proprio di si! Per il resto il notiziario non ci propina nessuna novità, tutto nella regola: esattamente come quando avevamo deciso di non mangiare più i polli per la paura dell’aviaria (te lo ricordi il giornalista che mangia in diretta una coscia di pollo?); o le bistecche alla fiorentina per paura della mucca pazza; o ancora, a ritroso, le cozze crude di Taranto perché c’erano stati dei morti per il colera. Insomma, la funzione dei media non cambia, addormentare il telespettatore che, come è capitato a me alla notizia allarmante per la salute, aveva avuto un sobbalzo sulla sedia. Il copione è ben studiato, la si butta in cagnara, a cominciare dall’accusa, mai accompagnata da prove, di una montatura giornalistica per distruggere il business della mozzarella campana. Si finisce con la giustificazione per il ritrovamento del residuo, che poi non fa così male, come obolo che tutti noi dobbiamo versare al progresso che, però, promette di farci campare oltre cent’anni (il problema è: ma come?). Eppure, un paio di settimane prima, dalla stessa infernale scatola mediatica avevo avuto informazioni diverse; la stessa Rai 3 in una puntata di “Report” della Gabanelli, ma anche “Anno Zero” di Santoro, a dire il vero, aveva provato a distribuire le responsabilità: la camorra, i politici sia a Roma che a Napoli, gli imprenditori del Nord, nomi e cognomi mica bubbole ed avevano persino mostrato centinaia di pecore nate malformi o morte a causa dei pascoli inquinati da diossina. Perché nulla di tutto questo è stato riportato dal telegiornale in questione? Ora un leggero effluvio sembrava effondere dal video: dormi Marco, dormi, che vuoi sapere, la colpa è della finanza internazionale che questa volta ha preso di mira la mozzarella campana, domani qualcos’altro!
Ma il libro Gomorra di Saviano dice che… Dormi, dormi mica vuoi metter in mezzo alla strada i produttori di latte e di mozzarelle di bufala, no?

Allora, ancora un po’ stordito torno al mio nuovo numero di Apitalia. Lei, sicuramente non mi deluderà. Infatti, mi attrae subito lo strillo di copertina che richiama un articolo all’interno: “difendere l’apicoltura da reddito”. Giacché è con l’apicoltura che ricavo reddito, mi incuriosisce leggere di qualsiasi nuova ricetta che può aiutarmi nella difficile vita di produttore. E allora vado di corsa a pagina 9 dove trovo l’intervista alla famiglia Manfredini: senz’altro loro sapranno darci qualche buona dritta da seguire.

Leggo: La vera emergenza sono le patologie… giusto! Veramente ho amici che hanno anche qualche problemino nel vendere il miele ma, insomma, se, come promette, l’articolo mi risolvesse anche solo quello sanitario, ben venga la fatica di andare avanti!

In apicoltura siamo abituati a far finta di niente e mettiamo la testa sotto terra… Usiamo da 15 anni gli stessi prodotti e questi non funzionano… Veramente la testa sotto terra non l’ho mai messa (e forse è proprio per questo che non risulto simpatico al settore) ma effettivamente comincio ad avere qualche difficoltà con i soliti prodotti che adopero. Però, finalmente, sono certo che nelle righe seguenti troverò le risposte che cerco.

A dire il vero, il passaggio successivo mi piace un po’ meno: l’apicoltura biologica è spesso di facciata e anche lì spesso si ricorre agli stessi prodotti usati dagli apicoltori convenzionali… A quali ci si riferisce? A quelli registrati o alle polverine magiche? Vado di corsa avanti nel testo perché, siccome ci conosciamo da anni, caro Direttore, so che una frase così tu non la puoi far passare sotto silenzio. Mi sbagliavo, i tempi sono cambiati, evidentemente, anche tu hai finalmente messo la testa a posto. Allora torno indietro e continuo a leggere: l’apicoltura biologica deve dare reddito altrimenti non ha senso di esistere e, a seguire, ben tre punti esclamativi (non ne bastava uno?). A parte chi l’ha detto che un apicoltore non possa allevare i propri alveari (bio o no) anche per divertimento? L’apicoltura, o la si fa prioritariamente per lucro oppure non è? Capisco che in questo momento storico l’unico Dio ancora vivo e vegeto è il profitto, ma insomma aggredire in questa maniera gli ingenui che vogliono illudersi che sia possibile un modo diverso di stare al mondo mi pare veramente eccessivo. Inviterei, poi, Leonardo Manfredini a visitare i miei alveari trattati con timolo e acido ossalico e che hanno subito, quest’inverno, una mortalità attorno al 10% ma che oggi, all’uscita dall’inverno, hanno, per più della metà, 6/7 telai di covata, mentre gli altri non ne hanno meno di 4. Venga a prendere un campione di cera dal nido e potrà farlo analizzare a chi gli pare e se trova più di 0,1 mg/kg di qualsiasi schifezza (0,1 mg/kg che deriva, purtroppo, da cattiva lavorazione di qualche ceraiolo di cui mi ero fidato e che per fortuna non opera più) mi cospargo il capo di cenere.
Insomma, la speranza di qualche vera novità ha lo spazio di qualche decina di righe, il resto non mostra null’altro che una posizione di retroguardia come non ne leggevo più da tempo immemore, non molto distanti, purtroppo, da quelle che hanno portato la mozzarella di bufala campana sull’orlo del baratro.

E’ doveroso chiedersi, poi, quali strumenti abbiamo noi produttori, se non quelli offerti dalle nostre conoscenze, in primo luogo quella sul concetto di qualità e, di conseguenza, sull’assenza di ogni tipo di residuo? Sì, le pagine della rivista sono bianche e pronte ad essere scritte da noi apicoltori. Va bene, ma non pensiamo, per favore, che questo sia un esercizio di libertà di stampa e basta.

Continuo a scorrere l’intervista e leggo che non ci sarebbero parametri che determinano la qualità di un miele. E dire che dopo quasi trent’anni di esperienza come apicoltore, esperto in analisi sensoriale e consulente, credevo di potermi affidare, nel determinare la qualità del miele, ai valori di umidità, Hmf, acidità, contenuto in enzimi, contenuto in zuccheri, ecc, che caratterizzano ogni suo tipo; l’assenza di residui di sostanze indesiderate, soprattutto per un prodotto qual è il miele, mi sembrava fosse un parametro irrinunciabile. Non posso pensare che per difendere l’apicoltura da reddito la ricetta sia quella di mettere un limite alla presenza di residui di antibiotici e forse anche di pesticidi al miele. E’ il metodo di produzione che fa la qualità e non certo una legge che porta da zero a zero virgola qualcosa, la quantità di residuo di antibiotico che può essere presente nel miele. Se per un attimo ci potessimo svestire dei panni dell’apicoltore e indossare quelli di un qualsiasi consumatore, saremmo certi di voler consigliare ai produttori di mozzarelle di bufala, per salvarsi dal crollo delle vendite, di chiedere al legislatore di innalzare i valori di diossina che possono essere presenti nel latte o nei prodotti derivati? Una idea, del resto, non nuova che utilizzarono in passato coloro che hanno reso potabile un’acqua imbevibile per l’alta concentrazione di atrazina.

E veniamo ad un altro passaggio dell’intervista che non condivido, quando Leonardo Manfredini si lamenta della promulgazione di leggi assurde, dai paletti così restrittivi che renderebbero impossibile fare apicoltura. Voglio ricordare che nessun residuo era permesso prima e nessun residuo è permesso oggi, quello che è successo è una maggiore sensibilità delle macchine che leggono i residui, sensibilità che spesso ha superato di mille volte i limiti passati. Il problema, purtroppo, è che in Italia siamo usi infischiarcene della legalità; c’è una buona schiera di apicoltori che ha utilizzato gli antibiotici perché ha voluto allevare molti più alveari di quelli che era umanamente possibile, facendo, tra l’altro, concorrenza sleale verso coloro che hanno lavorato nel pieno rispetto delle regole. Oggi questi chiedono che si possa commercializzare un miele che ha dei residui. Una domanda. Non pensate che così si arriverà a distruggere l’immagine del miele? Il non rispetto della legalità ci fa sembrare dei furbi; seguire le scorciatoie e l’arte di arrangiarsi sembrano essere i punti di forza degli italiani. In realtà tali posizioni ci stanno inesorabilmente portando agli ultimi posti di tutte le classifiche dei paesi europei sui parametri che stabiliscono il benessere di una nazione (e non mi riferisco alla crescita del Pil, me ne guarderei bene).

Naturalmente capisco tutto e sono assolutamente contrario a sanzioni che possano mettere in serio pericolo la vita degli apicoltori che traggono il reddito per far vivere le proprie famiglie dall’allevamento delle api, però, non accetto che in virtù del proprio comportamento scorretto si mettano tutti sullo stesso piano, addirittura gli apicoltori che allevano i propri alveari seguendo il metodo di agricoltura biologica. Seppure sono certo che vi siano apicoltori bio altrettanto scorretti dei convenzionali, voglio ricordare che essi sono controllati da organismi di controllo autorizzati dal Ministrero dell’agricoltura; in più, i soliti enti di vigilanza preposti (Nas e quant’altro) nel caso di produttori certificati devono evidenziare possibili infrazioni al rispetto della legge sul miele ma anche a quella sul biologico.

Ritengo, inoltre, sbagliato cercare di scaricare le proprie responsabilità sugli apicoltori hobbisti. Se è vera la frase che ci sono apicoltori hobbisti bravi e anche meno bravi, è altrettanto vero che ci sono apicoltori professionisti bravi e meno bravi. E non ritengo che gli apicoltori che utilizzano molecole non autorizzate per combattere varroa e peste americana siano particolarmente bravi. Purtroppo è la nostra società che fa dell’incremento della crescita del Pil, sempre e a tutti i costi, il suo unico baluardo e che in tema di bravura dell’apicoltore mette sul podio quelli che hanno un numero elevatissimo di alveari, che possiedono il camion da x tonnellate di portata e gru che alzano vai a capire quanti alveari per volta, mentre considera apicoltori mezzi sfigati coloro che hanno deciso, in virtù della pratica della filiera corta, di allevare un numero basso di capi, li spostano, se necessario, ancora a mano e maneggiano i favi del miele come dei figli. Essi desiderano seguire il proprio prodotto fin nelle mani del consumatore finale e ricavano il reddito dal loro lavoro, non solo in apiario, ma anche sui banchini del mercato o dalle vendite in laboratorio, privilegiando il rapporto umano e, guarda caso, inquinano anche molto ma molto meno. Ma finché la domanda che si scambieranno due apicoltori al primo incontro sarà: “quanti alveari hai?” Godendo, poi, orgiasticamente ascoltando come risposta cifre a tre zeri, allora non avremo capito nulla di che cosa sta portando il nostro mondo verso la catastrofe ambientale.

Bollo, inoltre, come fasulla l’idea veicolata nell’articolo dagli intervistati circa la riduzione di raccolto negli ultimi due o tre anni a causa della peste americana; forse, per qualche azienda può anche essere vero, ma non generalizziamo, per favore. Inesatto anche che i finanziamenti in apicoltura siano sempre andati ad apicoltori che alla prima difficoltà hanno abbandonato gli alveari creando focolai di infestazione. I finanziamenti seguono delle graduatorie, dove grande importanza hanno la qualifica di imprenditore agricolo a titolo principale e il numero degli alveari; può succedere che qualche piccolo apicoltore prenda finanziamenti e poi abbandoni tutto, ma è una limitata percentuale.

I focolai di peste li crea chi, utilizzando costantemente gli antibiotici, continua ad immettere nell’ambiente geni di regine e fuchi che non portano con sé il carattere della resistenza al batterio. Quando si uccidono gli alveari malati, non si elimina solo il focolaio, sarebbe nulla, si tolgono riproduttori fasulli dall’ambiente, questo fa la differenza come il caso svizzero ci insegna!

Con sincera amicizia
Marco Valentini

P.S.: Dopo essermi sentito con alcuni amici apicoltori che mi hanno accusato di avere una preferenza verso la pappa reale di origine cinese, e questo a causa del mio conflitto di interesse perché consulente di alcune ditte che utilizzano questo prodotto, mi sono riletto il pezzo della mia intervista su Apitalia che può effettivamente creare un qualche fraintendimento.

A parziale giustificazione della mia posizione che può essere letta su Apitalia di gennaio, ci tengo a dire che la piega del colloquio, anche nelle parti non pubblicate, era: “cosa possiamo consigliare ai giovani che magari hanno una mezza idea di fare gli apicoltori?”. Molto sinteticamente, la mia posizione era, ed è, di guardare a prodotti che hanno un divario tra prezzo all’importazione e prezzo alla produzione, in Italia molto simili. Ad esempio la propoli, perché questi due prezzi sono pressoché analoghi; il polline, perché la differenza è meno della metà e al miele, ma anche per altri motivi. Nella pappa reale, invece, il divario tra questi due prezzi è il più alto in assoluto per cui, se non si ha buona conoscenza del mercato, oltre che di tecnica (vista la difficoltà intrinseca al tipo di allevamento), si rischia il fallimento. Ben vengano, però (e qui forse non mi ero spiegato bene), in Italia gli apicoltori che producono pappa reale e se riescono a venderla anche a 700 Euro al chilo, tanto di cappello. Più sono e più sono contento; spero che continuino così e che il mercato si estenda il più possibile. Non deve essere sottaciuto, però, che il mercato, in questo momento è fortemente di nicchia e, in questa situazione, è estremamente facile che, allettati dal prezzo alto, entrino in gioco molti produttori che lo possono saturare velocemente, costringendo molti a vendere parte della propria produzione ad un prezzo incredibilmente basso, che non ripaga neppure le spese.

La qualità, però, non si fa a chiacchiere; prima di andare in Cina a vedere come lavorano gli apicoltori cinesi (tra l’altro dovremmo essergli debitori di molti accorgimenti che oggi utilizziamo nei nostri allevamenti), mi ero letto tutti i vari reportage pubblicati dalle riviste apistiche (almeno quelle italiane) e mi ero fatto un’idea un po’ diversa, che è poi quella che anche tu scrivi nel tuo editoriale. La forza della nostra apicoltura, non dovremmo mai scordarlo, sta nel fatto che in Occidente abbiamo una concezione della qualità molto più restrittiva di quella cinese, che è un paese, possiamo dire, in via di sviluppo. Attenzione, però, che non è poi così lontana da quella descritta nell’intervista ai Manfredini. Se può interessare qualcuno, la prima cosa che ho fatto quando sono andato a visitare gli apicoltori cinesi per controllare quello che adoperano contro la varroa, da vero scettico, è stata di prelevare la cera del nido dagli alveari. I valori che sono emersi dalle analisi, che ho fatto eseguire una volta tornato in Italia, sono stati di dieci volte inferiori, nella media, a quelli che la bibliografia assegna alla cera di provenienza italiana.

L'apicoltore e lettore del sito Claudio Calcagno, mi manda una lettera che pubblico volentieri.

Per leggere i commenti a questo articolo ci si può collegare direttamente al sito di Apitalia: http://www.apitalia.net/weblog/archives/17

 

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