Un altro modo di fare apicoltura

Ieri al corso c´era un apicoltore di Latina, che mi ha colpito molto e sto cercando dei riscontri tra voi altri professionisti perche io vivo in un paese di pochissime anime dove sono ancora convinti che l´ape rompe l´uva. Questo apicoltore ha una conduzione di apiario molto interessante, é stanziale e usa solo arnie da 6 telaini ed é tutto numerato dal melario ai telaini, ogni telaino é numerato e pure quelli del melario e non vengono mai intercambiati con pezzi degli altri alveari. Facendo cosi dice che si risparmia un sacco di chimica e malattie microbiologiche dell´alveare, infatti usa solo oli essenziali e tavolette per la varroa. Ok, é un pochino eccentrico ma il ragionamento che ha fatto fila. Ha detto poi che non cambia lui le regine ma lascia il compito alle api (che alla fine dopo 2 anni la sostituiscono da sole) ma è spietato con le regine che non passano il test del rombo (ha una spece di formina romboidale e conta le cellette vuote).

Devo ammettere che tutto ció mi ha confuso, credevo che una famiglia su 10 telaini era piu forte di una su 6, invece pare proprio il contrario, una bella famiglia su 6 telaini in arniette da 6 con melario rimane piu sana, autosufficente e riempie prima il melario. Lui produce quasi solo miele di eucalipto in favetti francesi e dice che é una vera soddisfazione. Il consiglio suo era quello di produrre miele in favetti e piano piano farsi un piccolo laboratorietto per smielare anche miele da invasettare, te che ne pensi? Conosci qualcuno appassionato o specializzato in miele in favi?
Antonio Zangana

Caro Antonio,
naturalmente dipende sempre da dove si tengono le api (una cosa è allevare api in provincia di Latina con le fioriture tipiche della zona, una cosa è allevarle in montagna) ma sicuramente l’arnia da 10 favi è troppo grande. Se quella giusta è da 6, da 7 o da 8, va visto zona per zona. Numerare tutto anche telaino per telaino smielando con la centrifuga è molto oneroso e il gioco non vale la candela ma solo se usi l’escludi regina perché i problemi microbiologici li porta la covata. Producendo miele in favo, naturalmente, ti elimini i problemi relativi ai telaini del melario (anche lo stoccaggio!). Comunque è molto interessante il tipo di apicoltura che sta facendo l'apicoltore di Latina anche perché lavorare con alveari che pesano pressapoco la metà, è molto meglio e adattabile ad un tipo di apicoltura al femminile.
Sicuramente il suo successo sul versante microbiologico lo deve più all’allevamento di regine con caratteristiche di tolleranza alle malattie. Il cosiddetto test del rombo, come lo chiama lui, vuol dire preferire, nella selezione, le regine che rimuovono la covata morta entro 2 giorni, il periodo entro cui la forma vegetativa della peste americana non si trasforma ancora in spora. Così facendo le api sono più resistenti alla peste perché si seleziona un comportamento virtuoso delle figlie della regina. E’ il corretto modo di fare selezione, ovvero anticipare quello che farebbe la natura alla quale non importa far produrre, ad una famiglia, 10 kg in più di miele, se non strettamente necessario alla sopravvivenza della specie in quell'areale.
Sulla questione miele in favo non mi pronuncio in quanto dipende dal tipo di clientela, ma non conosco i favetti francesi. Personalmente mi sto orientando a produrre miele pressato quindi non lontano da ciò che fa l'apicoltore di Latina. Il mercato del miele in favo, per il momento, è piuttosto limitato e, quindi, facilmente saturabile (ed anche quello pressato). 
Un caro saluto
Marco Valentini

Written by Antonio Zangana on . Pubblicato in Contributo lettori

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