Chi tiene le api impara presto a conoscere un nemico che pur vedendosi a occhio nudo, è difficile da scorgere perché ama nascondersi tra le pieghe dell'addome delle api: la Varroa destructor. È un piccolo acaro che si attacca alle api e se ne nutre, indebolendole giorno dopo giorno e aprendo la porta a virus che sfiniscono le colonie, velocizzandone la fine. Ho visto le api nascere, dentro l'alveare, con le ali già deformi, incapaci di volare, e ho visto colonie intere spegnersi troppo in fretta. È una battaglia che ogni apicoltore combatte, prima o poi. Ultimamente ha raggiunto l'Australia, l'ultimo continente che ne era indenne, e quindi possiamo dire che ormai è pressoché ubiquitaria.
Ormai sono 45 anni che tutti noi apicoltori italiani siamo costretti a farci i conti, e io sono uno dei pochi rimasti che può dire di aver allevato le api quando ancora la Varroa non era arrivata: ho iniziato nel 1977. Era un paradiso per noi apicoltori — anche se allora non lo sapevamo. Fare apicoltura era di una facilità disarmante, e produrre miele era alla portata di chiunque non avesse una paura esagerata di qualche puntura.
Fin da subito gli apicoltori si sono dati da fare nella ricerca di qualche rimedio naturale: si è passati dal fumo di sigaretta alla felce maschio, al Tussilago farfara, alle foglie di pomodoro, di noce, all'assenzio, all'Inula viscosa. Per non parlare dello spazio Mussi, dell'acido citrico e via discorrendo. Tutto privo di valore scientifico e miseramente fallito. Io stesso ho lavorato per un'azienda che voleva assolutamente tenere sotto controllo la Varroa con metodi naturali (l'acido ossalico, l'acido formico e il timolo, principi attivi utilizzati contro la Varroa, sono in realtà molecole prodotte dall'industria chimica, seppure esistenti anche in natura), e ho esaminato tutto ciò che poteva funzionare: olio essenziale di citronella, di wintergreen e acido lattico levogiro. Questi funzionano effettivamente abbastanza bene, sull'ordine del 60-70%; malgrado ciò, non se ne fece nulla, perché o un prodotto funziona a una percentuale altissima (oltre il 90%), oppure l'alveare muore comunque dopo il trattamento, magari dopo due o tre anni. Ecco che quando mio cognato mi ha inviato un post di Instagram in cui una giovane fanciulla australiana — ripeto, in Australia la Varroa c'è solo da 4 anni! — spiegava di trattare i suoi alveari con l'ortica, ho tirato fuori tutto il mio scetticismo. Anche se, in questo caso, un punto a favore della pianta c'era: esisteva una ricerca scientifica a supportarla...
Lo studio ha valutato l'efficacia dell'ortica comune nella gestione delle infestazioni da Varroa, esplorando due metodi di applicazione — uno spray a base di estratto etanolico e un trattamento tramite fumo (inserendo la pianta nell'affumicatore) — e confrontandone l'efficacia con il trattamento a base di acido formico al 65%. I risultati sembrano incoraggianti: lo spray ha ridotto l'infestazione dell'88,73% sulle api adulte e dell'86,73% nella covata; il fumo, rispettivamente, del 76,28% e del 94,82% — contro il 100% ottenuto con l'acido formico (percentuale che, onestamente, mi lascia un po' perplesso).
Tutto bene, quindi? Sì e no. C'è una frase dello studio che non mi ha convinto: "Studi futuri dovrebbero indagare gli effetti a lungo termine dei trattamenti con ortica sulla salute delle api e sulle dinamiche della colonia, nonché il loro impatto sulle popolazioni di acari nel corso di più generazioni." Ho imparato a mie spese che, nelle ricerche scientifiche, un rimando al futuro è spesso un cattivo presagio: suona quasi come un messaggio in codice alla categoria, un modo elegante per dire che il prodotto, in realtà, funziona poco. Se nei prossimi anni nessun ente di ricerca riprenderà in mano la questione, avrò avuto ragione. Staremo a vedere — ma intanto qualcuno dovrebbe avvisare l'apicoltrice australiana di valutare con attenzione i propri trattamenti, per non fare la fine di noi apicoltori dell'emisfero boreale, che di esperienza sul campo ne abbiamo da quarant'anni. A forza di veder morire i nostri alveari per aver seguito false notizie, oggi siamo molto più cauti: se si sperimenta qualcosa di nuovo, lo si fa prima su poche colonie e, solo se i risultati arrivano, si allarga il trattamento al resto dell'apiario.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40316891/
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