La scelta dell'arnia: la guida definitiva.

Vuoi fare l’apicoltore perché hai deciso di salvare le api e, quindi, l’umanità? Oppure il tuo interesse è solo guadagnare il più possibile dalla vendita del miele e sfruttare le api all’inverosimile?

Forse ti stupirà sapere che per portare a termine due modelli di apicoltura così distanti l’arnia non è poi così fondamentale. Si lo so sul web hai letto che adottando quel particolare tipo di arnia le api vivono meglio e l’intervento dell’apicoltore è superfluo oppure che utilizzandone un altro il successo economico è scontato.

Pur essendoci qualcosina di vero in ognuna di queste affermazioni nel complesso è una delle peggiori fake news che circola in apicoltura perché ha dei risvolti drammatici per gli apicoltori alle prime armi che invece dovrebbero disporre di notizie affidabili su cui fondare la propria azienda. Forse non sai ancora quanto è importante partire con il piede giusto nello scegliere per la prima volta l’arnia. È una scelta che condizionerà nel bene e nel male le tue scelte future, soprattutto se vorrai fare dell’apicoltura il tuo mestiere. Lo dico perché a me è capitato di iniziare con delle arnie autocostruite e quando ho cominciato ad ingrandire l’azienda alla fine, a malincuore, le ho dovute buttare via. Avere arnie fuori standard fa perdere un mucchio di tempo. Ma avremo modo di riparlarne.

Per tornare al discorso con cui ero partito, la fake news dell’arnia salva api, non mi stupisco affatto che notizie del genere possano avere successo. Per anni sono frullate anche per la mia testa. Certo sarebbe molto meglio che, prima di diffondere annunci, colui al quale certe idee vengono in mente, le mettesse alla prova dei fatti in campo. Ma si sa, l’uomo si fida troppo spesso dei passaggi logici del suo ragionare per immaginare che potrebbero esserci delle falle. La cosa peggiore è che il più delle volte si affeziona alle proprie congetture costruendoci su dei castelli di carta. Neppure il loro fatale crollo lo fermano dall’andare avanti coprendosi di ridicolo. L’apicoltura è piena di queste bufale soprattutto sulla lotta alla Varroa. Diciamo che ce n’è grossomodo una l’anno. A parte la superbia di cui alcuni apicoltori sono pieni, il problema principale è che le api, essendo insetti, non si comportano come noi e qualsiasi pensiero noi possiamo avere sul loro modo di fare, rischia di essere sbagliato. Insomma se si antropizza un normale animale da reddito – non so, ad esempio una mucca – si sbaglia sicuramente meno che se la stessa cosa la si fa con un insetto…

Ma cosa è successo nella mia vita per poter parlare in maniera avveduta su questa faccenda? Bè ho avuto una fortuna incredibile. Sono stato assunto da una grande azienda agricola che aveva tra i suoi scopi quello di trovare la via naturale alla gestione delle api. Fino ad una decina di anni fa credevo davvero che il modello di arnia potesse essere importante per il benessere delle api. E mi sono adoperato per studiarne uno che fosse il più idoneo. Ho letto tutto quello che c’era da sapere sulle preferenze delle api (soprattutto i lavori di Morse e Seeley: https://link.springer.com/article/10.1007/BF02223477) e l’ho messo in pratica nella mia sperimentazione. Risultati? Davvero pochi. Ho imparato però che l'ape è così adattabile che "dove la metti, sta". Effettivamente un risultato abbastanza prevedibile. Ma con il senno del poi tutto sembra scontato. Se alle api, per salvarsi la vita dall'aggressione delle malattie (prime tra tutte la Varroa), fosse bastato trovare un qualche ricovero a loro confacente, allora i nostri boschi sarebbero ancora popolati da innumerevoli colonie. Mica vorrai pensare che un tronco d’albero dentro un bosco possa essere peggiore per le api di una qualsiasi arnia costruita dall’uomo? 

A questo punto provo a fare un po’ di chiarezza. Partendo dalla storia delle arnie. Perché la vera rivoluzione si è avuta meno di due secoli fa – nel 1851 – con la scoperta dello spazio d'ape ad opera del reverendo Lorenzo L. Langstroth. Fino ad allora ogni contenitore fosse contemporaneamente economico, disponibile e di una misura approssimativamente appropriata (un cesto, una piccola botte, usa scatola di legno, un tronco scavato, ecc.) andava bene. Da quel momento in poi l’arnia prende una forma completamente diversa e ne risulta ancora più stravolto il modo di operare e intendere l'apicoltura. 

La scelta dell'arnia: lla ricerca dello “spazio d’ape”.

Langstroth, grande appassionato della vita delle api, cercava un sistema per aprire l’alveare senza dover ogni volta tagliare i pezzi di favo attaccati alla parete dell’arnia. Infatti un favo naturale, soprattutto durante la piena attività delle api, è colmo di miele che, quando lo si taglia, cola abbondantemente. Ispezionare un alveare con questi presupposti voleva dire compiere un atto particolarmente invasivo: il miele fluisce ovunque, imbrattando le api, l’apicoltore e l’attrezzatura. Un vero disastro!

Ma Langstroth nel corso dei suoi esperimenti, fa una scoperta rivoluzionaria: lo spazio d’ape. Durante le sue osservazioni, nota che distanziando i portafavi (le stecche di legno che sorreggono il favo) dal coprifavo (la tavoletta – ma nel suo caso un vetro, per l’osservazione – che chiude superiormente l’arnia) di 9,5 mm, le api non otturano gli spazi né con la cera né con la propoli. Il passaggio successivo fu quello di introdurre questa misura (che poi ridusse a 7,5 mm dopo alcune prove) anche all’interno dell’arnia impedendo alle api di costruire i favi liberamente, obbligandole a delimitarli entro un telaio di legno, oggi comunemente detto telaino. Questo rimaneva sospeso per via dello spazio d’ape interposto tra il legno del telai e la parete dell’arnia, in modo da poterlo estrarre facilmente dall’arnia e osservarlo integro. Qual è il meccanismo alla base della scoperta? L’ape ha il “terrore” degli spazi più piccoli di 4 mm, perché non può attraversarli e, quindi, non può tenerli sotto controllo. Un qualsiasi animale più piccolo vi si potrebbe rintanare, per non dire dei microbi che lì si possono moltiplicare a piacimento. Allora interviene, chiude questi spiragli con la propoli (pura o unita a cera) e così fissa in maniera pressoché stabile le varie parti interne dell’arnia. Al contrario, se gli spazi sono superiori a 10 cm e in caso di notevole importazione di nettare, l’ape ritiene opportuno chiudere il vuoto con dei piccoli favi per depositarvi il miele, sfruttando nel modo migliore lo spazio disponibile. 

La scelta dell'arnia: L’arnia Langstroth.

Ci mise poco Langstroth per capire che la sua scoperta poteva rivoluzionare l’apicoltura e soltanto un anno dopo, il 5 ottobre 1852, depositò il brevetto di una nuova arnia di sua invenzione per allevare le api. È il giorno a cui possiamo far risalire la nascita della moderna apicoltura. L’arnia Langstroth rende possibile prelevare il miele o qualsiasi altro prodotto senza danneggiare le api e i favi, agevola il lavoro dell’apicoltore e per questa ragione comincia a diffondersi in tutto il mondo ad un ritmo impressionante. In poco tempo la nuova invenzione crea i presupposti, facilitando la comprensione dei più intimi segreti dell’alveare e agevolando la manipolazione dei favi, per nuove produzioni mai sperimentate prima, quali pappa reale, polline, api regine e nuclei artificiali. Siamo nell’era dell’industrializzazione e la nuova arnia ha il grande merito di aver permesso anche all’apicoltura di rimanere, grazie all’introduzione della meccanizzazione, un’attività capace di fare reddito. L’apicoltura può essere realizzata, ancora oggi, a partire da un piccolo impegno finanziario e, per questo, vi fanno affidamento i paesi che cercano di emanciparsi dalla povertà.

In realtà, in Germania, pressappoco nello stesso periodo e in maniera del tutto indipendente, Berlepsch giunse a soluzioni simili a Langstroth, mettendo a punto la prima arnia razionale di tipo tedesco. È un’arnia con soffitta fissa e, quindi, va aperta dal retro; i telaini sono posti a “favo caldo” (ovvero paralleli all’apertura di volo e distinti da quelli a “favo freddo”, disposti perpendicolarmente alla porticina) ma per visitare l’ultimo telaino vanno tolti tutti quelli che lo precedono. Più scomoda nella maggior parte dei casi della Langstroth ma ottima (la migliore) se gli alveari li si vuol proteggere all’interno di una casetta. Siccome è questo il modello di apicoltura che si praticava (e in parte ancora lo si fa) in Austria, compreso il Sud Tirolo, parte della Germania, Ungheria, ecc. la Langstroth ha avuto un successo limitato, almeno nell’immediato, in questa area.

Però, già in Grecia, almeno due secoli prima, degli apicoltori utilizzavano un tipo di arnia i cui favi erano mobili e potevano essere estratti senza fatica dall’alveare. Ne abbiamo notizia certa perché due viaggiatori, George Wheler e Jacques Spon, descrissero, disegnarono e diffusero informazioni di questo tipo di arnia che avevano visto nelle aree circostanti il Monte Imetto. Ma molte altre informazioni storiche ci sono in merito al fatto che nel mondo, ben prima della scoperta di Langstroh, esistevano arnie che permettevano l’estrazione dei favi e, di conseguenza, alcune pratiche apistiche che riteniamo più moderne, come la formazione dei nuclei artificiali. Tra queste, ad esempio, il “Fasceddu d’api”, l’antica arnia siciliana costruita con il fusto della ferula e ancora in uso fino all’avvento della Varroa. Il motivo per il quale le caratteristiche di queste antiche arnie non si erano sviluppate col passare del tempo, fino alla scoperta di Langstroth, era perché ancora non era sentito come necessario adottarle in maniera più generale. In un mondo rurale ancora arcaico, in cui l’estrema specializzazione non era necessaria, forse anche deleteria, il bugno era il tipo di arnia migliore. Poco costoso, non impegnativo (perché le colonie si smielavano una volta e quasi sempre alla fine degli altri lavori agrari) e senza necessità di conoscenze particolari.  Se non fosse stato abbandonato (ma non poteva che essere così) tutte le problematiche di cui soffre l’ape per responsabilità dell’apicoltore (diffusione di malattie tra le quali la varroa, perdita di biodiversità, riduzione di rusticità) certamente non avrebbero raggiunto lo stato attuale.

Il successo, nel caso del reverendo statunitense, fu strepitoso prima nel suo paese natale, perché era quello che più di tutti si stava impegnando nella meccanizzazione dei cicli produttivi, e poi in tutti gli altri paesi dell'occidente che seguivano il modello sociale degli Stati Uniti. Ancora oggi l'arnia Langstroth è la più utilizzata al mondo. Ma è la migliore arnia se questo lo vediamo dal punto di vista delle api? 

Probabilmente no. L'arnia Lanstroth, e le sue imitazioni, come la nostra Dadant Blatt (e comunque tutte quelle a favo mobile) sono le migliori arnie per studiare il comportamento delle api (il motivo principale per la quale è stata inventata), per produrre pappa reale e regine e per ottenere la maggiore produzione di miele per alveare: per chi ha queste esigenze, meglio dell'arnia a favo mobile non esiste nulla! 

Ma già negli anni '40, un apicoltore – l'abate Warrè – aveva intuito quali problemi si nascondevano dietro l’elettrizzante possibilità di estrarre i favi dall’alveare e il tempo sembra avergli dato ragione: la difficoltà di autocostruzione e di gestione avrebbero portato l'apicoltura ad essere sempre più faccenda di professionisti mentre, e come dargli torto, il mondo ha bisogno che molte persone allevino le api. Tuttavia la sua arnia, che doveva essere l’arnia del popolo, è stato un fallimento. La conosciamo unicamente perché negli ultimi anni è stata riscoperta da coloro che pensano che l’arnia possa salvare le api dal loro declino. Cosa che, come detto in precedenza, non è e non può essere vero.

Forse la migliore arnia per l’ape, ovvero quella che permette il miglior compromesso tra permettere di praticare apicoltura e, nel contempo, aderire il più possibile al comportamento naturale delle api, è la Kenyan top bar Hive (KTBH). Infatti con questa arnia le api sono lasciate libere di costruire naturalmente il nido con la loro cera (nessun foglio cereo è necessario) e il nido viene ampliato armonicamente in maniera orizzontale, quanto la colonia trova le condizioni ideali per farlo. Inoltre è molto semplice: si può autocostruire e non necessita di tutti gli accessori che invece sono indispensabili per un’apicoltura da reddito.

Ma ritorniamo al 1851, anno della scoperta dello spazio d’ape da parte di Langstroth, perché da quel momento in poi è un susseguirsi di nuove invenzioni che si collegano alla nuova arnia a favo mobile.

Non c’è da stupirsi perché in quel periodo è tutta la società ad essere in fermento. Erano sufficienti piccoli pretesti per far scatenare, come un vulcano da troppi secoli rimasto inattivo, una successione di eventi, quelli che in pochi anni trasformarono in via definitiva anche l’apicoltura, da attività prettamente rurale ad industria agricola

Nel 1857, Johannes Mehring realizzò lo stampo per la produzione dei fogli cerei (sono fogli di cera che riportano prestampate un accenno di celle di operaia) che indirizzano il lavoro dell’ape all’interno del telaino e nel 1865, Franz Hruschka inventa lo smelatore che estrae il miele grazie alla forza centrifuga e, da quel momento, il telaino del melario potrà essere utilizzato più volte (il vero punto forte dell’apicoltura moderna). Nel 1889 Gilbert M. Doolittle pubblica un libro dove descrive una tecnica per allevare regine attraverso il trasferimento delle giovani larve in cupolini di cera artificiali. Questo metodo viene tutt’ora utilizzato per allevare api regine e produrre pappa reale in grandi quantità. 

La nuova svolta quindi migliora decisamente la vita degli apicoltori che hanno potuto, in questo modo, aumentare il numero degli alveari allevati. È migliorata anche la qualità del miele estratto. Ma l’ape cosa ne pensa? In natura, dove si può esprimere liberamente, avrebbe l’agio di costruire i favi non più lineari come la costringiamo nei nostri alveari, ma disegnati da bellissimi tracciati sinuosi per noi privi di un significato logico che, a loro, senz’altro non sfugge; saprebbero, inoltre, definire il loro miglior orientamento rispetto ai punti cardinali, ai venti dominanti, all’umidità. Insomma vivrebbero meglio e probabilmente si ammalerebbero anche in misura minore. 

È impensabile, tuttavia – a meno di non essere bravi a rivolgersi ad una nicchia di mercato capace di spendere cifre molto alte per acquistare un chilo di miele – tornare al tipo di allevamento arcaico, benché maggiormente rispondente a un tipo di vita per le api più naturale, perché i costi di produzione del miele sarebbero enormi. Praticare il nomadismo – trasloco degli alveari in località adeguate per la produzione di miele monofora – diventerebbe complicato. Il miele potrebbe essere raccolto solo per spremitura dei favi. Diventerebbe impossibile produrre pappa reale e allevare regine. Quanto detto, però, non deve essere considerato dall’apicoltore come un pretesto per non mettere in pratica tutti quegli accorgimenti per allevare le proprie api col massimo rispetto e in maniera coscienziosa. Più che la scelta dell’arnia, grazie alla loro fantastica adattabilità, basterebbe questo per far vivere le api in maniera più salubre e, non dimentichiamolo, alla duratura riuscita nell’attività di apicoltore. 

La scelta dell'arnia: Lo standard italiano.

Un'arnia realizzata, forse a dispetto degli stessi obiettivi iniziali di Langstroth, per industrializzare l'apicoltura, non poteva che accelerare l’omologazione delle arnie verso un unico standard. Oggi i modelli sono pochissimi mentre, prima del 1851, esistevano molte tipologie di arnie, quasi una per ogni apicoltore. Altre vicende, quali l’espansione in tutto il mondo della Varroa destructor, l’incremento del servizio di impollinazione, la crescita delle vendite di sciami artificiali, la necessità di pallettizzazione, ecc. ha velocemente convogliato le scelte degli apicoltori verso pochi modelli fondamentali. Mentre l’arnia Langstroth è ancora la più utilizzata al mondo, in Italia e in alcune zone d’Europa è stata adottata la Dadant, dal nome dell’ideatore, modificata da Blatt. Si tratta di un’arnia dal maggior volume e distanza tra i favi che permette di agevolare la loro estrazione e concede uno spazio maggiore in inverno per il glomere. Essa consente anche un’ottima aerazione e contiene favi del nido più grandi per ospitare più covata e più scorte invernali. In Italia è quella maggiormente utilizzata. Nelle Marche e in Romagna, era in uso fino a qualche tempo fa un tipo di arnia che derivava dalla Langstroth ma a 12 favi (e riportare il volume alla capacità della Dadant); qualche azienda ancora la preferisce (effettivamente hanno dei vantaggi, legati soprattutto alla sua modularità) tuttavia lentamente, anche in quelle aree, è stata sostituita dalla Dadant, per necessità di standardizzazione. Ad esempio, è più semplice rifornirsi di nuclei artificiali oppure voler diventare fornitore di nuclei per altre aziende, ma anche reperire il materiale necessario per l’allevamento se si adotta un arnia standard.

In Italia lo standard fu deciso dopo anni di duro scontro tra apicoltori conservatori e progressisti, all’inizio del secolo scorso, grazie anche all’incessante opera di proselitismo in favore del modello Dadant, da parte del maestro Carlo Carlini. Fu al congresso nazionale degli apicoltori che si svolse a Brescia del 1932 che si decise che lo standard italiano dovesse essere l’Arnia Italica Carlini, derivata dalla Dadant.

Dal 1951 e fino ai primi anni di questo secolo non ci sono stati più sconvolgimenti nel modello di arnia utilizzato dagli apicoltori di tutto il mondo. La Langstroth e modelli analoghi come la Dadant nel loro insieme hanno raggiunto e forse superato l’80% di preferenza. Quel 20% di differenza lo si deve essenzialmente agli apicoltori africani che hanno continuato a preferire la loro arnia tradizionale: il tronco d’albero svuotato e appeso il posizione orizzontale su di un albero. Dal modello originario del reverendo americano sono stati introdotti solo delle piccole modifiche, nella maggior parte dei casi per adattarlo ai continui spostamenti che la pratica del nomadismo richiede o, dalla seconda metà del 1900, per rendere più efficaci i trattamenti contro la Varroa. 

All’inizio del nuovo millennio accadde un fatto sconvolgente che ha rimesso in discussione il modello di apicoltura. Gli alveari allevati nella parte di mondo che abbraccia il modello di apicoltura occidentale (praticamente tutto con esclusione dell’Africa) subiscono una mortalità mai vista fino ad allora. Via via, negli anni precedenti vi erano già state delle forti mortalità di alveari ma mai così diffuse come in questo caso. I primi casi ci furono in Spagna nel 2002, poi in Francia ed in Italia e nel resto d’Europa. Nell'autunno del 2006 ci fu il massimo impatto mediatico quando gli apicoltori statunitensi denunciarono perdite di alveari che andavano, a seconda delle aree geografiche, dal 30 al 90%. A causa di queste mortalità fu messa in serio pericolo l'impollinazione dei mandorli di cui gli Usa sono il maggior produttore al mondo con l'80% della produzione totale. Fu anche coniato un nome per questa sindrome all’apparenza senza un vero colpevole a cui poter assegnare la responsabilità: Colony collapse disorder tradotta in italiano con sindrome dello spopolamento degli alveari.  

All’inizio l’indiziato principale fu un virus: l'Israeli acute paralysis virus (IAPV), in seguito i ricercatori puntarono l’attenzione su un fungo che fino a quel momento era confinato in Asia: il Nosema ceranae. In Europa, invece, l’interesse si focalizzò su una relativamente nuova classe di insetticidi: i neonicotinoidi. Tra le altre possibili cause furono indicati una recrudescenza della Varroa destructor, i cambiamenti climatici ed anche gli interventi sempre più contro natura da parte degli apicoltori. Oramai la maggior parte degli studiosi è convinta che il Colony collapse disorder è una malattia multifattoriale in cui la Varroa gioca un ruolo fondamentale ma che, di volta in volta, l'intervento di altre cause quali virus (ora la lente è puntata sul Virus dell'ala deforme - DWV), Nosema, pesticidi, cambiamento del clima, responsabilità degli apicoltori, talora singolarmente talvolta insieme, agiscono a peggiorare la situazione. 

Tutta questa attenzione da parte dei media unito alla paura di dover fare i conti con l’estinzione dell'ape e le sue conseguenze, ha fatto aumentare a dismisura l'interesse della popolazione mondiale nei confronti dell'ape: sono aumentati i consumi di miele e in molti hanno cominciato a pensare di allevarle solo per cercare di aiutare l'ape. È quindi partita la gara per la scoperta di cosa è possibile fare per migliorare la salute delle api. Certamente quella di indagare la possibilità di assecondare il loro istinto naturale.

La scelta dell'arnia: Cosa è cambiato nell’allevamento delle api dal 1851 ad oggi.

Quella di Langstroth, che ai più potrebbe sembrare solo una piccola scoperta fu in realtà l'impulso alla più grande rivoluzione dell'apicoltura di tutti i tempi avendo aperto le porte alla sua industrializzazione; un po' come l'invenzione del motore a vapore lo fu per la meccanizzazione dei cicli manifatturieri. Dopo di allora, estrarre i favi dall'alveare senza romperli non era più una chimera e ciò rese possibile sviscerare ogni più piccolo segreto della vita sociale delle nostre amiche api così come compiere un mucchio di nuove operazioni all'inizio neppure immaginabili.

Dopo neppure 50 anni Doolittle comincia ad allevare regine trasferendo larve di operaia in celle reali artificiali. Dopo la scoperta di Langstroth la messa a punto di questa tecnica fu senz'altro il colpo più importante inferto da parte dell’apicoltore all’indipendenza delle api. Da allora divenne possibile decidere a quale colonia dare il privilegio di moltiplicarsi più delle altre e influire così, in maniera determinante, alla loro genetica. Le api si distaccavano dalla stretta selezione naturale per entrare, come molte altre, in quella artificiale e la domesticazione divenne una possibilità.  

L’Italia, a quel tempo molto rurale e tradizionalista, si unì alla modernizzazione dell’apicoltura con un certo ritardo. Nel censimento dell'agricoltura del 1928 arnie a favo mobile e bugni rustici (ovvero alveari di varia fattura ma accomunati dal fatto di avere favi fissi) quasi si equivalgono in numero; tuttavia gli ultimi bugni rustici (con qualche piccola sacca di resistenza che perdura ancora oggi) e i raccoglitori di miele dalle colonie selvatiche scompariranno solamente intorno agli anni '80 dello scorso secolo con l'arrivo della Varroa.

Allevare api fino alla scoperta dello spazio d'ape era molto semplice perché le malattie erano poche (sono arrivate con il nuovo modello di allevamento e con la globalizzazione) e difficilmente si diffondevano. Ad un certo punto dell’anno, variabile da luogo a luogo, si riusciva a ricavare per ogni alveare poco miele e c'era chi per raccoglierlo lo prelevava solo da alcuni favi (castrazione) o chi uccideva alcune colonie di quelle allevate, pratica via via andata in disuso allorché la cera perse il suo interesse commerciale. Il miele, poi, veniva torchiato, altra grande differenza tra il miele dell’epoca e quello di oggi.

Ma per le api e gli apicoltori, gli anni di fine ‘800 – inizi ‘900 e per molti versi fino alla fine della Seconda guerra mondiale – erano una vera pacchia; prima dell’avvento della meccanizzazione spinta dell'agricoltura e della lotta senza quartiere a erbacce, insetti e crittogame con uso di pesticidi sempre più potenti, infatti, i pascoli venivano falciati in tempi dilatati dando modo alle fioriture di durare più a lungo; i diserbanti non erano utilizzati e, quindi, anche nei campi coltivati con piante di scarso interesse per le api (come i cereali), c’era sempre qualche erba che fioriva in concomitanza (come lo stoppione) o che prendeva il sopravvento subito dopo la mietitura, come il fiordaliso e l’erba strega, grandi produttrici di ottimo miele. Per non parlare degli insetticidi, in pratica assenti fino alla seconda guerra mondiale e ora sempre più subdoli e sofisticati come i neonicotinoidi che, tra l'altro, sono additati come corresponsabili del colony collapse disorder. Fortunatamente l’uso in pieno campo di questa classe di insetticidi (non proprio tutti e con l’esclusione delle colture protette), grazie alle continue proteste degli apicoltori e alle evidenze scientifiche presentate da ricercatori indipendenti, è ora proibito.

Prima dell'avvento della Varroa, gli alveari erano diffusissimi nelle zone rurali e quasi non c’era famiglia abitante delle campagne che non li possedesse. Magari erano già in alveari a favo mobile, ma allevati in maniera non troppo dissimile a quelli collocati in bugni rustici. Prima dell'avvento della Varroa c'erano ancora numerosi alveari naturali che vivevano nelle nostre campagne e i nostri boschi. 

Ecco qual era, probabilmente, una delle più grandi differenze tra il prima e il dopo l'arrivo della Varroa: una quantità enorme di alveari naturali oppure di alveari tenuti in maniera pressoché naturale da parte di apicoltori interessati solo all'autoconsumo di miele, che producevano una grande quantità di fuchi che, fecondando le regine degli apicoltori professionali, andavano a mitigare i loro "errori" selettivi. Uno scambio genetico importante per mantenere un certo grado di "rusticità" che, via via, si è perso con il tracollo delle colonie selvatiche e di quelle di apicoltori non in grado di far sopravvivere le proprie colonie alla Varroa.

La scelta dell'arnia: Cosa hanno perso le api con l'allevamento moderno.

La semplice intuizione del reverendo americano Lorenzo Lorraine Langstroth unita alla realizzazione di un’arnia che è tutt’ora lo standard mondiale di chi fa apicoltura da reddito, fu la scintilla che dette impulso alla più grande rivoluzione dell'apicoltura di tutti i tempi. Poter aprire un alveare e, contemporaneamente, estrarre tutti i favi fu, però, la prima vera violenta intrusione che subirono le colonie delle api. A questa, col tempo, ne seguirono altre perché l'uomo, per la sua natura di animale al di fuori dell'istinto, trova difficile darsi un limite. La scoperta di Langstroth apriva una porta verso future invenzioni e nuove scoperte ed era difficile che l’umanità non percorresse tutte le strade consentite. Del resto l’apicoltura è solo uno dei tanti ambiti dove è possibile osservare il desiderio di percorrere una strada fino al suo limite e spesso superarlo. Basterebbe fare l’esempio dei campioni dello sport che appena raggiunto il primato tanto agognato, cominciano a lavorare per batterlo di nuovo. Ma ormai per chiunque è diventato difficilissimo superare l'ultimo record se non al prezzo di allenamenti folli, o con l'impiego di materiali tecnici sempre più sofisticati, oppure facendo uso di sostanze dopanti. Già alcuni si chiedono (ed è la prossima tappa della folle corsa) se sia etico utilizzare la manipolazione genetica per far nascere dei campioni sempre più imbattibili. Eppure, a ben vedere, sembrerebbe del tutto ininfluente per l'umanità sapere che Tizio è più veloce di Caio di un decimo di secondo!

Una cosa simile è successa con gli allevamenti di animali che, con le dovute differenze da caso a caso, per farli diventare sempre più produttivi hanno preso le sembianze di lager e le sostanze dopanti (antibiotici e ormoni) non mancano certo; in apicoltura la faccenda non è poi così diversa. Gli animali sono considerati un mezzo produttivo di proprietà degli apicoltori che ne possono disporre come meglio credono. E a molti, purtroppo, sfugge la differenza che sussiste tra allevare un animale domestico come un maiale, una gallina o una mucca e un animale selvatico come l’ape.

Ma cosa cambia tra colonie che, una volta sciamate, invece di un tronco di un albero, all'interno di un nido di picchio lasciato incustodito, entrano in un alveare messo a loro disposizione da un apicoltore?

Grazie all’apicoltura, le api sono state costrette a vivere in un ambiente a forma di parallelepipedo, quando la loro dimora naturale è più simile ad un cilindro, che stagionalmente si allarga o si riduce con un andamento a fisarmonica, che di solito non segue perfettamente la dinamica della popolazione. Ad esempio, ad agosto gli apicoltori tolgono violentemente anche tre melari – più del doppio del volume – per effettuare i trattamenti antivarroa. Inoltre la dimora artificiale è scarsamente coibentata rispetto ad un tronco di albero.

Malgrado, in natura, le api costruiscano i favi sempre dall'alto verso il basso, i melari, nell'apicoltura moderna, vengono posti in alto – e non in basso, come loro preferirebbero – separando nettamente la camera del nido dal soffitto, almeno finché le api non riempiono i nuovi telaini di miele. Inoltre, nell'alveare moderno, i favi subiscono delle interruzioni anche di molti centimetri – nello spazio tra nido e melario c'è la barretta portafavo, lo spazio d'ape che separa il telaino del nido da quello del melario e la barretta inferiore del telaino del melario, in tutto circa 4-5 cm – mentre le api il favo lo costruiscono senza interruzioni.

Con l'uso dei telaini, le api sono costrette a costruire i favi sempre e comunque uno parallelo all'altro, con la medesima direzione, a prescindere dal luogo dove si trova l'alveare, per lo più a favo freddo (perpendicolari alla facciata dove si trova la porticina di volo), tutti distanziati della medesima misura (3,8 cm), mentre loro preferirebbero variare la misura a seconda delle loro necessità. Per non dire del fatto che le si costringe a modellare le loro celle a partire da una matrice prestampata (i fogli cerei) con impresse solo celle femminili di una misura standard. Anche in questo caso, nella costruzione naturale dei favi, alle api piacerebbe variare la loro misura a seconda dell’uso che ne devono fare (stoccaggio del miele o allevamento della covata). Non di rado, poi, la cera utilizzata nella fabbricazione dei fogli cerei è inquinata dai residui delle medicine utilizzate nella cura della Varroa e di sostanze simili alla cera, ma di minor valore, utilizzate per la sua sofisticazione. Tramite l'introduzione dei fogli cerei viene, quindi, inibito il naturale allevamento dei fuchi e la produzione di cera, come se fosse certo che non ne sentano la necessità.

Queste poche righe mettono in evidenza come una delle principali violenze che deve subire l’ape con un tipo di allevamento industrializzato, riguarda la cera. L’ape, non dovremmo mai scordarlo, è uno dei pochi animali che realizza una parte importante del proprio nido attraverso il secreto di alcune ghiandole e, quindi, è evidente che tutto ciò che riguarda la cera riguarda la sua vita intima; è un composto liposolubile, e quindi facilmente lo si può inquinare con dei grassi; questi grassi potrebbero essere tossici per le api (come i residui dei pesticidi, compresi quelli utilizzati dagli apicoltori) oppure cambiare le proprietà chimiche e fisiche della cera, come ad esempio il suo punto di fusione, che va dai 62 ai 64°C.

Inoltre, le si costringe a subire tutte le tecniche di pareggiamento di scorte e di covata (con spostamento di materiale biologico geneticamente anche molto diverso), che tra l'altro sottopongono la regina dell'alveare donatore ad un pesante lavoro supplementare.

Per non rischiare di perdere parte della produzione, le si inibisce nella loro naturale tendenza alla sciamatura, e quando hanno bisogno di essere alimentate, sovente si usano nutrienti che le api non trovano in natura e, addirittura, alcune volte, anche di origine animale.

In ultimo le si sottopone ad una pressione selettiva assolutamente spropositata con ibridazioni sempre più improbabili, con il principale sforzo da parte del selezionatore (tenendo sempre ben presenti le encomiabili eccezioni) di produrre più miele, soprattutto quello depositato nel melario.

Vuoi fare apicoltura tradizionale? Ecco come orientarti nell’acquisto dell’arnia giusta.

Ora che hai un’idea abbastanza chiara su ciò che è successo all’apicoltura prima che tu decidessi di diventare apicoltore, puoi stabilire con maggior serenità quale modello di arnia prescegliere. Hai imparato che l'ape è così adattabile che "dove la metti, sta" per cui il modello di arnia per lei non è poi così importante (molto più importante è il come lo userai). Hai inoltre appreso che per partire con il piede giusto non puoi avere arnie fuori standard. Ora ti do un ulteriore elemento di riflessione che ti aiuterà definitivamente a prendere la scelta giusta. Se sei sicuro che vuoi fare l’apicoltore unicamente il piacere di avere delle api nel tuo giardino, contribuire alla loro salvaguardia e per te la produzione di miele è solo il benefico effetto di quanto detto, le arnie più adatte sono quelle a favo naturale. Per semplificare, se non vuoi far diventare l’apicoltura una attività da reddito meglio scegliere Kenya Top Bar o Warré. Fino a quando rimarrai sotto la decina di alveari non avrai bisogno di particolari attrezzature per smielare e risparmierai un sacco di soldi.

Se invece pensi che l’apicoltura, prima o poi, diventerà una fonte di reddito, almeno che non ti piacciano le sfide difficili (il costo di produzione del miele con arnie a favo naturale è molto più alto), allora la scelta migliore è l’arnia tradizionale a telaini mobili, la Dadant-Blatt

Oggi in commercio ne puoi trovare vari modelli e la tua scelta deve cadere su quello più rispondente alle esigenze della tua azienda. 

Prima regola: le dimensioni interne devono assolutamente essere identiche fino al millimetro per tutte, e sarebbe opportuno che lo fosse anche lo spessore del legno utilizzato. Prima di acquistare delle arnie cerca sempre di verificare se il modello che hai di fronte rispetta queste caratteristiche di uniformità. L’inesperienza e la necessita di risparmiare sono le motivazioni che potrebbero spingerti verso scelte sbagliate – per esempio acquistare materiale usato e fuori standard. Attento perché non sarà facile poi porvi rimedio. O ad un certo punto butti via tutta l’attrezzatura fuori misura, e a volte è davvero la scelta consigliabile, oppure puoi provare lavorarci su, adattandola per quello che puoi. Il rischio però è di avere sempre materiale rabberciato che può risultare utile soltanto in alcuni casi, ad esempio, quando le tue colonie producono un surplus di sciami.

Veniamo alle misure. Quelle che ti darò sono quelle interne e si riferiscono al modello da 10 telaini che è quello più diffuso: il nido deve avere una lunghezza di 450 mm e una larghezza, quella dove appoggiano i telaini, di 385 mm, mentre l’altezza, che è un po’ meno importante da rispettare al millimetro, non deve essere inferiore a 320 mm. Ma neppure molto superiore perché, altrimenti le api potrebbero costruire dei piccoli favi sotto il telaino.

Il melario, invece, deve avere le stesse misure interne in lunghezza e larghezza del nido, mentre l’altezza deve essere di 168 mm. Nei telaini, sia da nido che da melario, devi invece controllare le misure esterne e, rispettivamente, devono essere di 435 mm – più le alette superiori fanno 470 mm – di lunghezza e 300 mm di altezza per il telaino da nido e ugual lunghezza e 160 mm di altezza per quello da melario. In questo caso, il telaino deve terminare esattamente alla stessa altezza della base del melario, perché lo spazio d’ape sta nel nido. Quando il melario viene sovrapposto al nido, infatti, lo spazio d’ape si crea tra stecche portafavo (così viene chiamata la parte superiore del telaino) dei telaini del nido e le stecche inferiori dei telaini del melario. Solo in questo modo è possibile che in ogni parte mobile dell’arnia venga sempre rispettato lo spazio d’ape. Il telaino è composto da quattro listelli di legno di cui il superiore – il portafavo – è più lungo di 10 mm per parte, in modo da poggiare sull’apposita scanalatura presente sulla parete anteriore e posteriore dell’arnia. Il portafavo e il listello inferiore, che sono paralleli, riportano dei piccoli fori nei quali deve passare il filo stagnato, che sostiene prima il foglio cereo e poi, una volta che le api lo hanno costruito, il favo.

La scelta dell'arnia: Qual è il modello migliore?

Fino a qualche anno fa non avevi scelta perché il modello di arnia più diffusa in Italia era quella da nomadismo con un portichetto – delle misure di 80 mm di profondità, 173 mm di altezza e per larghezza quella dell'arnia – chiudibile attraverso un telaino provvisto di rete necessario per far prendere aria alle api durante il trasporto e non rischiare di farle morire soffocate. Era così diffusa che i produttori di arnie la vendevano anche a coloro che non intendevano per nulla spostare gli alveari. 

Con l’avvento della varroa si è sempre più diffuso l’uso del fondo antivarroa che, malgrado non abbia efficacia nel controllo del temibile acaro, come farebbe supporre il suo nome – sarebbe meglio chiamarlo fondo a rete o diagnostico –, è molto utile per contare gli individui che muoiono per cause naturali o per l'intervento sanitario messo in opera dall'apicoltore. Si tratta di un fondo costituito da una cornice di legno, una rete metallica con maglie di circa 3 mm e un vassoio per la raccolta e la conta degli acari, di solito in metallo. 

Se acquisti un’arnia dotato di questo fondo diventa superfluo il portichetto perché, durante il trasporto, una volta estratto il vassoio, il ricambio di aria all’interno dell'arnia è garantito dalla rete del fondo. Tale sistema risulta addirittura migliore perché con l'arnia da nomadismo classica, in caso di sosta forzata dell'automezzo, magari d’estate e sotto il sole – sono frequenti i fenomeni di asfissia e morte degli alveari. Durante il trasporto, infatti, le api escono come farebbero tutti gli animali impauriti e si ammassano sulla rete che hanno di fronte alla porticina, opponendosi involontariamente al passaggio dell’aria. Questo inconveniente non si verifica se l’aria entra dal fondo. Nell’arnia con il fondo antivarroa diventa inutile persino il predellino – dove atterrano e partono le api – che può essere limitato a soli 10 mm, risparmiando ben 70 mm che ti permetteranno di posizionare sul pianale del camion di almeno una fila di arnie in più, senza contare il vantaggio di avere alveari di minor peso. 

Ecco che, allora, in questi ultimi anni il tipo di arnia senza predellino e con il fondo a rete, denominate anche a cubo o a box, è diventato predominante. Ma prima dell’acquisto controlla molto bene che il fondo sia ben ancorato al nido, magari con delle viti, cosicché rimanga stabile durante il trasporto e, in caso di pulizia, possa essere rimosso facilmente. L’altezza del nido, in questo tipo di arnia, però, deve essere superiore di 10 mm al minimo detto in precedenza di 320 mm perché, durante lo spostamento, questa camera d’aria viene utilizzata dalle api per lo stazionamento. La chiusura è affidata alla porticina metallica che ha una sezione dotata di fori che si aggiunge a quella sull’altro lato, predisposta per regolare il flusso d’entrata delle api; è importante che sia di uno spessore adeguato affinché non si pieghi facilmente, il che potrebbe permettere alle api di fuoriuscire durante il trasporto.

Di solito, l’apertura di volo dell’arnia è una fessura che si trova nella sua parte inferiore la cui ampiezza viene limitata dall’uso di una porticina metallica a due posizioni una, come abbiamo appena visto, per chiudere l’alveare durante il trasporto e l’altra da utilizzare nella stagione in cui le api hanno un volo limitato (tardo autunno, inverno e prima primavera); nella stagione produttiva, invece, spesso viene tolta per facilitare il volo delle api e l’aereazione della colonia.

Negli ultimi anni sempre più apicoltori sembrano propendere per l’uso dell’apertura di volo in alto. Partito da motivazioni pratiche nelle aziende in cui la produzione di polline è importante – in quanto è molto più pratico inserire le trappole direttamente sul frontale dell’arnia – ora questo accorgimento si sta diffondendo anche nelle aziende degli apicoltori che hanno un approccio più amichevole con le api visto che le api in natura preferiscono ricoveri dove l’entrata è disposta centralmente o leggermente spostata in alto.

Non ho dubbi che per le arnie il miglior materiale da costruzione sia il legno; è anche quello che di solito scelgono le api. Traspira, è sufficientemente leggero, costa relativamente poco, ha una bassa manutenzione; per il miglior rapporto qualità/prezzo, ti consiglio quello di abete o di pino che poi è anche quello più largamente utilizzato. Invece ti sconsiglio vivamente i materiali plastici (molto diffuse in apicoltura sono le diverse tipologie del polistirene – meglio conosciuto come polistirolo) che hanno il solo vantaggio di avere la migliore coibenza a parità di prezzo e peso. Quindi le api svernano bene e sviluppano velocemente in primavera. Tale pregio, in caso di trasporto, si trasforma in difetto perché, trattenendo meglio il calore, la temperatura sale troppo e le api non riescono a tenerla sotto controllo. Siccome è pratica comune utilizzare le arniette di polistirene per la vendita e il trasporto dei nuclei artificiali, è essenziale che durante il trasporto il coprifavo venga sostituito con la rete che fa passare abbondante aria. Le arnie di plastica sono assolutamente impermeabili e, inoltre, rovinano quell’aurea poetica che ruota, a ragione o a torto, intorno all’apicoltura. Sono vietate in apicoltura biologica. Creano non pochi problemi di smaltimento, senza parlare del fatto che dopo alcuni anni cominciano a deteriorarsi lasciando in apiario un sacco di residui brutti da vedere e difficili da asportare che possono facilmente spandersi nell’ambiente grazie al vento. Se bruciati producono diossina.

Il legno è un ottimo materiale ma deve essere protetto con una vernice per esterno. Ti consiglio quella i cui ingredienti sono di origine naturale, quali olii, cere e, perché no, propoli che, essendo una resina, ha una durabilità elevata. In commercio troverai arnie già dipinte con vernici appositamente studiate. Le aziende biologiche certificate devono utilizzare solo vernici i cui componenti sono di origine naturale, quindi, dovrebbero essere escluse quelle il cui diluente è l’acqua perché gli altri componenti sono di sintesi chimica. Ogni 5-6 anni o anche più, a seconda della qualità della vernice usata, dovrai sottoporre l’arnia acquistata a manutenzione; dovrai trasferire l’alveare in una nuova abitazione e portare quella da manutenere in azienda. Tolti i residui interni – cera e propoli – dovrai risistemare la ferramenta, carteggiare il legno e passare una nuova mano di vernice fresca.

Il numero dei telaini

Quando ho iniziato a fare apicoltura, ormai più di 40 anni fa, la discussione prevalente sulla tipologia di arnia da utilizzare era se era meglio acquistare quelle 10 o da 12 telaini. Una risposta univoca sembrava impossibile da trovare, anche perché mancava uno dei termini del dilemma: meglio per chi? Per l’apicoltore, le api o l’azienda? 

Le arnie da 12 telaini lasciano più scorte alle api, permettono una maggiore estensione della covata in presenza di abbondanti scorte ma sono più pesanti e ingombranti. La risposta l’ha data poi il mercato che ha decretato la preferenza per l’arnia da 10 telaini, benché ci siano ancora numerosi apicoltori che la preferiscono malgrado il suo costo più alto giustificato solo dal fatto che le macchine utensili dei costruttori di arnie sono perennemente calibrate su quelle da 10 telaini. Ultimamente stanno aumentando gli apicoltori che utilizzano dei nidi con meno telaini.

Arnia per un’apicoltura al femminile (o apicoltura leggera)

La messa a punto di un’arnia che potesse permettere anche alle donne di fare apicoltura ci è venuta in mente grazie ai corsi di apicoltura che annualmente organizziamo in azienda, partecipati assiduamente da aspiranti apicoltrici. La domanda più frequente che ci siamo sentiti rivolgere (a dire il vero non solo da donne) è se fosse possibile per loro fare apicoltura in maniera completamente indipendente dall’aiuto esterno.

Siccome in azienda abbiamo una certa esperienza nella gestione dei nuclei artificiali che spesso, se prodotti precocemente, vanno a raccolto, abbiamo pensato di proporre un’apicoltura con alveari da 6 telaini. In questo modo i melari pesano se pieni di miele circa 12 kg al posto dei 20 dell’arnia da 10 telaini e possono essere anche spostati per fare nomadismo con più facilità (addirittura spesso è possibile caricarli sul camion senza aiuto). Siccome uno dei difetti più grandi di arnie con un numero limitato di telaini è quello di avere difficoltà ad estrarre il primo favo, abbiamo pensato di realizzare per le nostre allieve delle arnie da 7 telaini utilizzando un diaframma per riportare il nido a 6. In questo modo la visita è molto facilitata perché, quando l’ispezione è terminata, è possibile riporlo nella parte opposta. Il nostro più grande timore era la gestione della sciamatura perché in un nido piccolo le colonie possono essere spinte a sciamare in percentuale maggiore che non popolando nidi più grandi. Anche l’invernamento era una nostra preoccupazione per la possibilità di arrivare a metà autunno senza scorte sufficienti per raggiungere la primavera successiva. Invece, con nostra sorpresa abbiamo notato che mettendo in pratica le classiche tecniche di contenimento della sciamatura, la percentuale di alveari che decidono comunque di sciamare per il solo fatto di avere un minore spazio nel nido era davvero di poco superiore alle colonie collocate in nidi più grandi e lo stesso vale per l’invernamento che tutte le colonie hanno portato a compimento nel migliore dei modi. 

Abbiano osservato che gli alveari tendono ad equilibrarsi sul volume messo a loro disposizione – ovviamente entro certi limiti – e l’arnia da 6 telaini sembra essere perfettamente nel range delle possibilità che le api ci concedono; del resto il volume di un nido pari a quello di un’arnia da 6 telaini è molto vicino al volume che gli sciami vaganti preferiscono per la loro dimora. Allevare le colonie in un nido da 6 telaini comporta ovviamente una diminuzione di produzione unitaria di miele (miele prodotto per colonia) ma che potrebbe non riflettersi in quella aziendale vista la maggiore facilità di gestione di alveari da 6 telaini che permette di possedere un numero superiore di alveari. Nel proseguo della narrazione, quindi, prenderemo in esame anche la conduzione aziendale con arnie da 6 telaini perché questo comporta delle differenze spesso di non poco conto nella messa in opera delle più importanti tecniche apistiche.

Lo spessore delle arnie

Se il mancato rispetto delle misure interne dell’arnia crea gravi problemi per l’organizzazione del lavoro dell’apicoltore, l’insufficiente corrispondenza di quelle esterne genera forse minori difficoltà, da rubricare nelle perdite di tempo, ma non per questo meno fastidiose.

La prima e più evidente diversità che esiste tra i vari produttori di arnie è lo spessore del legno con il quale le fabbricano. Alcuni danno la preferenza a 22 mm, altri a 25 mm. Per l’alveare la differenza è trascurabile (ad esempio per i consumi invernali). Lo spessore di 25 mm dà una sensazione di maggiore robustezza, ma è anche più pesante, elemento non trascurabile per chi desidera praticare il nomadismo. Se nella stessa postazione collocassimo arnie di entrambe le misure, quei 3 mm di differenza risulteranno molto fastidiosi, sia per le lavorazioni di routine, che per quelle particolari. Quando, ad esempio, si mettono i melari con spessore di 25 mm su nidi con spessore di 22 mm, se ci sono gli angolari, questi devono essere forzati. Stesso problema per gli apiscampo, coprifavo e, talvolta, per i tetti. 

Per risparmiare tempo, quando ispeziono gli alveari appoggio il tetto del primo alveare vicino all’ultimo della fila; una volta finita la prima ispezione, posiziono il tetto del secondo alveare sul primo e così via. Se i tetti non fossero tutti uguali, è ovvio, questo accorgimento non potrebbe essere messo in atto. Piccoli trucchi ma che alleggeriscono il lavoro. È importante, allora, scegliere subito lo spessore migliore e rispettarlo nel corso degli anni. 

Se per la tua attività hai deciso di utilizzare arnie con un numero minore di telaini, devi comunque sempre acquistarle con lo stesso spessore di legno con il quale sono costruite le arnie più grandi.

I distanziatori

Quando le api sono lasciate libere di costruire favi del nido, li distanziano di una misura variabile dai 32 ai 38 mm. I fabbricanti di arnie le vendono, di norma, già fornite di un distanziatore interno di metallo che permette di tenere, nel nido, i telaini a una misura standard di 38 mm. Il melario, che deve contenere un telaino in meno (o anche due in meno, come qualcuno che utilizza le disopercolatrici a coltelli preferisce), hanno un apposito distanziatore che adatta la misura a un numero minore di telaini. Non è una forzatura perché anche in natura le api distanziano maggiormente i favi gli uni dagli altri (dai 40 ai 42 mm) quando vi devono stipare il miele. Come detto qualche apicoltore preferisce distanziare ancora di più i telaini del melario, utilizzando distanziatori da 8 telaini. Questa distanza, però, è un po’ troppa per le api. Il maggior problema si ha quando si introducono nei melari uno o più telaini con il foglio cereo. Le api ceraiole, infatti, tendono a costruire dei favetti naturali tra i favi attaccandoli in maniera disordinata e rendendo difficile le operazioni di smielatura ed anche riutilizzare i telaini già costruiti che si deformano. Se si mettono nel melario i telaini già costruiti di norma non si hanno problemi sempre che tutti i telaini nel melario siano perfettamente perpendicolari e le arnie posizionate perfettamente in piano. Se hai deciso di utilizzare questo tipo di distanziatori, allora, non devi mai inserire nel melario i telaini con i fogli cerei; per avere nuovi telaini con favi costruiti nella maniera desiderabile, allora, dovrai farli costruire in melari da 9 telaini per poi spostarli, alla successiva raccolta, nei melari da 8 telaini. Lo so, è un lavoro in più, che però è recuperato al momento della smielatura.

Le arnie da 6 telaini hanno un problema relativo alla scelta del tipo di distanziatore da adottare nel melario. La difficoltà consiste nel fatto che non esiste in commercio un distanziatore che permette di mettere un telaino in meno senza distanziare troppo i telaini. Mentre in un melario di un’arnia con il nido da 7 telaini si può facilmente adattare un distanziatore del melario da 9 telaini semplicemente tagliandolo a misura. Questo, invece, non è possibile in un melario di un’arnia da 6. Infatti, in questo modo i telaini laterali avrebbero la faccia rivolta verso la parete del melario troppo vicina alla parete di legno. L’unico distanziatore in commercio che può essere facilmente adottato è quello da 8 telaini (dell’arnia con il nido da 10 telaini), con tutti i difetti di cui ho già detto in precedenza. 

L’alternativa può essere quella di utilizzare un distanziatore da nido opportunamente tagliato a misura; in questo caso, però, diventa difficoltoso disopecolare i telaini durante le operazioni di smielatura perché gli opercoli sono troppo vicini al legno del telaio ed il coltello disopercolatore in questo caso lavora male. Le macchine per disopercolare, avendo bisogno di maggiore margine di tolleranza, ancora peggio. Chi opta per questa soluzione in sede di smielatura fa un gran uso della forchetta disopercolatrice, con una maggiore perdita di tempo e dispendio di energia. L’ulteriore alternativa è quella di usare arnie da 7 telai e non da 6.

Sicuramente sentirai qualche apicoltore mettere in discussione l’utilità dei distanziatori con la giustificazione che gli apicoltori bravi sanno distanziare i telaini “ad occhio”; sostiengono, non senza ragione, che tirare fuori il primo telaino da un nido senza distanziatori è più facile, perché i favi scorrono meglio quando l’arnia ne è sprovvista, dando origine a un maggiore spazio utile per la manovra. Il mio consiglio è quello di utilizzarli senz’altro nei melari perché, qualora mancassero, durante il trasporto i telaini si scombinano e quando lo sovrapponi al nido, li devi risistemare uno ad uno, facendoti perdere un mucchio di tempo. I distanziatori del nido, invece, non sono così vantaggiosi come nel melario. Personalmente li adoperò comunque e li consiglio perché velocizzano la sistemazione dei favi a fine visita. In caso di nomadismo, poi, se gli alveari sono nuovi e i telaini ancora non ben fissati con la propoli, i distanziatori salvano le api dallo schiacciamento provocato dall’oscillazione dei favi durante il trasporto. 

Volendo, offrono la possibilità di realizzare uno spazio d’ape anche sotto l’aletta del portafavo – detto “salva api” –, molto utile quando si ricolloca, dopo l’ispezione, il telaino al proprio posto. Evitano, infatti di schiacciare le api che si insinuano tra l’aletta del telaino e la scanalatura dell’arnia che funge da sede. Questo lo fa favorire da coloro che vogliono allevare le api in maniera più amichevole. Per il costruttore dell’arnia si tratta di creare con la fresa un solco più profondo, passando dai 18 ai 25 mm, per poi collocare il lamierino distanziatore nella solita posizione. Il telaino, a questo punto, appoggerà soltanto sul metallo e diventerà anche molto più facile estrarlo dal momento che le api non lo propolizzano sotto l’aletta del portafavo. 

Il coprifavo

Il coprifavo non ha solo il compito di chiudere l’alveare; è possibile definirlo un attrezzo polifunzionale. Il foro che ha in posizione centrale lo puoi utilizzare per inserire il nutritore durante la somministrazione della sciroppo oppure porci sopra il sacchetto del candito. A dire il vero la sua posizione ottimale sarebbe leggermente decentrato verso il lato corto del coprifavo perché in caso si debba nutrire una colonia piccola, ciò permette di inserire il nutrimento più vicino ad essa. Di norma il foro per la nutrizione è chiuso con il disco a 4 posizioni. Queste sono: chiuso, aperto (che sono le uniche davvero importanti) con griglia escludiregina e forato per prendere aria. Durante la stagione primaverile estiva, puoi anche lasciarlo aperto e così avere degli interessanti vantaggi. Se le formiche lo trovano aperto e presidiato dalle api, non costruiranno il loro nido sotto il tetto. Inoltre, prima di iniziare ad ispezionare l’alveare, puoi usarlo per iniziare a far “sentire” il fumo alle api prima ancora di aprire il coprifavo. Così facendo si alzeranno in volo meno api che saranno anche meno agitate. Poi lo chiuderai all’inizio dell’autunno e lo riaprirai quando l’alveare ha raggiunto una buona forza.

Se il coprifavo è capovolto si crea una camera d’aria sopra il nido che può risultare utile per somministrare un panetto di candito qualora avrai la necessità di farlo consumare velocemente alle api; oppure se devi effettuare la somministrazione di prodotti antivarroa che agiscono per evaporazione. Anche per introdurre, mediante l’apposita gabbietta, una nuova regina. È quindi fondamentale che prima di acquistare un’arnia ti accerti che lungo tutto il suo perimetro è fissato un listello di 60, 70 mm. Siccome è importante che col passare del tempo il coprifavo non si svergoli è importante accertarsi del materiale con il quale è costruito. Deve essere di compensato marino, perché resiste all’elevata umidità dell’alveare, oppure composto da due tavolette ben incastrate e incollate di abete. Questa scelta sarebbe anche quella più ecologica dato che il compensato è tenuto unito da colle nocive, ma solo pochi costruttori decidono, per risparmiare tempo, di adoperarla.

Il tetto

Anche se gli spioventi fanno assomigliare l’arnia alle nostre abitazioni, la forma migliore del tetto è a “scatola”, ovvero piano. Te ne accorgerai già dalle prime visite. Infatti quando apri un alveare hai bisogno di quello accanto come banco d’appoggio, dove posare leva, affumicatore e ogni altro attrezzo utile, non ultimo un foglio di carta ti consiglio di segnare ciò che hai osservato durante la visita. Inoltre, se deciderai di praticare il nomadismo, il tetto piano è utile per formare, sul cassone del camion, una seconda fila superiore e, a volte, anche una terza.

Il tetto deve essere di qualità perché preserva le arnie dalle intemperie e crea una intercapedine tra il coprifavo e l’esterno. Se l’apiario non è coperto da alberi, il sole estivo che picchia sulle lamiere dei tetti possono influire in maniera importante sulla temperatura dell’alveare, arrivando a sciogliere o deformare i favi se le api non riescono a ventilare efficacemente. Allora personalmente preferisco che sia di legno rivestito di lamina zincata. Alcuni apicoltori per i quali il nomadismo è una pratica usuale e caricano gli alveari con la gru, preferiscono ridurre ancora più lo spazio dell’arnia usando un tetto costruito di sola lamiera, più spessa in modo che si possa saldare ai lati. L’uso della gru necessità che gli alveari possano essere accostati e il tetto non deve far spessore.

Come si “arma” un telaino (box)

In commercio si trovano i telaini in varie condizioni: smontati, montati ed anche armati che, poi, vuol dire che è stato già inserito il filo stagnato che andrà a sorreggere il foglio cereo. Negli ultimi anni se ne trovano d’importazione a prezzi piuttosto bassi per cui l’unica operazione che l’apicoltore deve compiere è esclusivamente un controllo di qualità. Per quanto non sia il caso di costruirseli in casa, può essere importante acquistarli smontati e assemblarli in seguito per conto proprio perché in vendita, seppure ben fatti, solo raramente sono anche incollati e capita, a volte, di doverne scartare alcuni perché non sono in asse. Invece, un telaino posto su un piano, deve combaciare perfettamente su tutta la superficie e, inoltre, deve essere in “quadro” altrimenti, all’interno dell’alveare non sarà mantenuto lo spazio d’ape.  

Per armare il telaino con il filo stagnato (quello inox costa di più e non è migliore) ogni apicoltore ha il suo sistema, comunque, per sommi capi, bisogna procedere in questo modo: si inizia tenendo il telaino capovolto e piantando due chiodini sulla testa dei listelli laterali, affinché vi si possa fissare il filo; non vanno messi di lato perché, su quelli da melario, quando si dovrà disopercolare il favo, il coltello va a urtare fastidiosamente la testa del chiodino e, se si usa la disopercolatrice automatica, questo può essere causa della rottura del telaino. Neppure in alto perché quando si puliscono i portafavi del nido la leva potrebbe fastidiosamente impuntare sui chiodini. 

Altra cosa da fare è quella di tagliare il filo a misura, qualche centimetro in più di quanto basta a completare l’opera. Questo primo filo può essere utilizzato come modello per tagliare tutti gli altri necessari per armare i telaini a disposizione,

Si comincia, quindi, col passare il filo di ferro dal foro vicino al chiodo; poi si fissa su di esso passandoci intorno due o tre volte.  Si seguita, inserendo il filo in quello che gli sta di fronte facendolo passare tutto ma non tirando troppo e, poi, a quello al lato e quindi, a quello ancora di fronte e così via, fino all’ultimo foro che si trova sullo stesso listello del primo. Alla fine il filo deve essere teso ma non troppo perché la tensione giusta arriverà dopo il passaggio dello zigrinatore. Ora si effettuano due o tre giri di filo intorno al secondo chiodo che si manda giù con il martello. Dopo aver mandato giù anche il secondo chiodo, si può tagliare il filo in eccesso. 

A questo punto si deve passare lo zigrinatore, arnese indispensabile per annullare il pericolo che, una volta inserito il telaino nell’alveare caldo, il foglio cereo scivoli giù, compromettendo la perfetta costruzione del favo. Esso è formato da due rotelle dentate che ruotano una sull’altra e un manico di plastica su cui esse sono inserite e che con la forza del palmo della mano è possibile spingere una sull’altra. Il filo di ferro va passato in mezzo alle rotelle che vanno strette con la forza giusta affinché quando il filo esce dalla morsa delle rotelle risulti zigrinato. All’inizio il suo uso sembra proibitivo ma dopo alcuni tentativi si riesce ad operare correttamente. Infatti, se le rotelle non vengono strette a sufficienza, il filo non si zigrina, se vengono strette troppo si può rompere oppure le rotelle si inceppano. Inoltre è indispensabile tenere lo zigrinatore perfettamente parallelo al telaino perché, altrimenti, il filo potrebbe uscire dalle rotelle oppure potrebbe non tendersi se la mano spinge il filo verso l’esterno.  

La scelta dell'arnia: Gli “optional”

Ci sono alcuni accessori dell’arnia che sono considerati superflui, malgrado siano, al contrario, di grande utilità e questa loro collocazione nell’immaginario collettivo degli apicoltori fa sì che siano realizzati, a volte, senza il rispetto degli opportuni crismi. Tra i più adottati, tanto da poter sostenere che andrebbe venduto direttamente con l’arnia, è l’escludiregina. Fu inventato dall’abate francese Collin ai primi del ‘900 e si tratta di una griglia metallica con feritoie di 4,2 – 4,3 mm, che va frapposta tra nido e melario, con il compito, come dice il nome stesso, di impedire alla regina di salire sui favi del melario per costringerla a covare solo su quelli del nido.

Ha sia sostenitori accaniti che detrattori implacabili, come difficilmente accade per qualsiasi altro accessorio. Dipende dal fatto che, sebbene sia molto utile per pianificare il lavoro in azienda, normalizzando le operazioni che vengono eseguite in apiario, alcuni ritengono, anche senza prove decisive a carico della propria tesi, che riduca la produzione di un buon 10% e aumenta la probabilità di sciamatura. Chi vuole produrre api regine artificialmente oppure pappa reale, non ne può, però, fare a meno. Chi, invece, decidesse di rinunciare ai suoi servigi, non può togliere i melari con l’apiscampo o col soffiatore; nel primo caso, se i telaini del melario ospitano la regina, la covata oppure i fuchi, le api non scendono nel nido; se si opta, invece, per il soffiatore, qualora la regina si trovi nel melario, questa verrebbe spinta fuori dell’arnia e partirebbe con un buon numero di api per formare uno sciame artificiale, con il risultato di lasciare l’alveare con poche api, e  il rischio che la colonia rimanga orfana.

Ma l’escludiregina possiede anche altri pregi. Se durante la visita si deve trovare la regina – circostanza non sempre semplice, soprattutto quando l’alveare è pieno di api – se è confinata nel nido si cerca solo in questa area, altrimenti, si deve allargare l’osservazione anche al melario. L’utilizzo dell’escludiregina permette di avere telaini da melario che non abbiano mai contenuto covata e questo fatto consente di utilizzarli più a lungo. Questa pratica garantisce, inoltre, un miele privo del tipico aroma di covata o di telaino vecchio. I telaini dove la regina non ha mai deposto sono, infine, più facilmente gestibili durante la conservazione fuori dall’alveare. Infatti, la tarma della cera – Galeria malonella – vi si riproduce molto più lentamente o affatto.

Quasi tutti i rivenditori di materiale apistico propongono una versione di escludiregina dotata di una cornice di legno. Questa versione è preferita da chi pensa che deve essere riproposto lo spazio d’ape lì dove è stato eliminato dall’introduzione dell’escludiregina. In realtà le api non considerano questo dispositivo un impedimento per il passaggio e, quindi, si comportano come se lo spazio d’ape sia presente. Per cui, se si introduce l’escludiregina con la cornice, le api costruiscono dei piccoli favi tra la parte distale dei telaini del melario ed escludiregina che, quando viene rimosso il melario, si rompono e cola miele dappertutto. 

Siccome non esiste ancora in commercio un escludiregina per arnie da 6 o 7 telaini, li si dovrà realizzare da escludiregina più grandi. Quello per l’arnia da 12 favi è ottimo per le arnie da 6 perché è possibile tagliato a metà ottenendone 2. Siccome rimangono un po’ troppo precisi, si dovrà soltanto avere un po’ di accortezza nel posizionarli perfettamente al centro del nido per non lasciare la possibilità alla regina di passare nel melario nello spazio vicino alle pareti. Per le arnie da 7 telaini, invece, è necessario tagliare a misura un escludiregina da 7 telaini ricavando, però, un abbondante scarto.

Chi pratica apicoltura biodinamica, non può adoperarlo perché vietato dal disciplinare che norma questo metodo di allevamento delle api, mentre gli apicoltori biologici possono usarlo solo di materiale naturale, quindi di metallo.

Un altro accessorio ingiustamente trascurato è il diaframma, che permette di restringere l’arnia a seconda della forza della famiglia oppure di crearvi un secondo nido e allevare contemporaneamente due regine. Le api, ogni bravo apicoltore lo sa, amano gestire lo spazio che riescono effettivamente a tenere sotto controllo. Se si riesce nell’intento, il loro sviluppo primaverile sarà molto più veloce e andranno a popolare il melario molto prima. Ma il diaframma deve essere costruito a regola d’arte perché, seppur concettualmente semplice, deve simulare la parete dell’alveare, e funziona solo se è perfettamente a tenuta. Il più delle volte viene costruito inserendo, nel mezzo di un listello superiore di un telaino (portafavo), un rettangolo di masonite. Ciò è sconsigliabile per due motivi: per il materiale usato, la masonite, che all’interno dell’alveare, con un microclima caldo-umido, si deforma; e anche per la fattura. Infatti, il dente che si forma tra masonite e portafavo invita le api a costruire il favo adiacente il diaframma in maniera sovrabbondante. Questo telaino di dimensioni esagerate non lo si potrà più inserire tra due favi e neppure vicino alla parete perché non sarebbe più perfettamente verticale. Qualora dovesse capitare, l’unica possibilità è tagliarlo nella parte esuberante con il coltello disopercolatore e reintrodurlo, con le dovute accortezze per il rischio di saccheggio, dell’alveare. 

Il diaframma dovrebbe essere, invece, costruito con una tavoletta di legno (lamellare, compensato, massello, ecc.) di spessore non inferiore al centimetro, in modo che, accostandolo il più vicino possibile (rispettando lo spazio d’ape) all’ultimo telaino, questo venga modellato correttamente. Se, poi, come spesso capita, le misure interne degli alveari prodotti da ditte differenti – capita di frequente per l’altezza – non sono uguali, il diaframma costruito da una azienda non si adatta facilmente all’arnia prodotta dalla concorrente. Se di questo ce ne rendiamo conto ad arnia aperta, le imprecazioni sono assicurate.

Il diaframma, qualora si renda necessario avere nello stesso nido, al fine di allevare delle celle reali, sia una famiglia orfana che una fornita di regina, deve recare nella sua zona centrale un escludiregina che permetta alle api nutrici piena libertà di passare dall’una all’altra parte. In realtà, in questo caso, è più facile mettere un escludiregina verticale che riesca a chiudere bene sul fondo, lungo le pareti ed anche nel coprifavo.

L’apiscampo, inventato da E.C. Porter nel 1891 negli Stati Uniti, è un altro accessorio ingiustamente trascurato dagli apicoltori, malgrado sia uno dei migliori dispositivi per liberare le api dal melario prima della smielatura. 

Ve ne sono molte versioni, ma tutte hanno una tavoletta di legno o di masonite circondata da una cornice e un foro centrale dove è inserito il vero e proprio apiscampo – di plastica o di metallo. Esso sfrutta la propensione delle api a darsi velocemente il cambio all’interno del melario con le compagne del nido e, dato che ne permette solo la discesa, in poco tempo il melario si libera della maggior parte dei suoi ospiti. 

La sua utilità va oltre il vantaggio di avere i melari sgombri dalle api senza usare altri metodi quali la spazzola (il cui utilizzo è faticoso, necessita di molto tempo a disposizione e rischia di innescare fenomeni di saccheggio), o il soffiatore (che oltre al costo, deve essere adoperato, per evidenziare la sua rapidità, da almeno un paio di operatori) ma anche per altre peculiarità interessanti. Infatti, i melari possono essere tolti senza che si versi nemmeno una goccia di miele (che, tra l’altro imbratta anche il mezzo di trasporto) e senza che le api se ne accorgano, cosicché l’apicoltore può lasciare l’apiario libero da preoccupazioni per un possibile saccheggio.

Insieme a indiscutibili pregi, vi è anche qualche difetto. Infatti, perché dia buoni risultati, deve essere inserito almeno 24 ore prima della levata dei melari e quindi si deve andare in apiario almeno due volte. Molti apicoltori lo snobbano proprio per questo limite, ritenendolo degno solo di apicoltori amatoriali. E, invece, non pochi professionisti, che conducono anche centinaia di alveari, lo utilizzano con entusiasmo. L’importante è sapersi organizzare bene.

Chi lo vuole usare deve, come detto, adoperare anche l'escludiregina, meglio quello senza cornice perché altrimenti il miele che cola dai ponti di cera costruiti sotto ai telaini, o la cera stessa, potrebbero occludere l’entrata dell'apiscampo, che non riuscirebbe ad adempiere correttamente alla sua funzione anzi, rischierebbe di essere la causa della morte di molte api nel melario. La stessa cosa può capitare quando si vogliono togliere contemporaneamente due melari pieni, perché tra loro, se il raccolto è stato abbondante, si possono trovare le stesse costruzioni di cera. In questo caso, è necessario, dopo aver collocato l’apiscampo, rispettare il medesimo ordine dei melari, ovvero quello superiore deve rimanere tale; in questo modo, le costruzioni di cera che si trovano nella parte sottostante i telaini di questo melario, non vanno ad occludere l’apiscampo ma, durante la sua permanenza, le api puliscono il miele che ne sgorga. Per ogni evenienza, comunque, è bene portasi dietro, quando si va in apiario, anche un raschietto con il quale eliminare possibili costruzioni, riscontrabili tuttavia solo se non si è operato correttamente.

L’apiscampo deve rimanere sotto il melario, che deve essere liberato dalle api, per almeno 24 ore, ma il tempo è inversamente proporzionale al flusso nettarifero. Se però non è riuscito a mandarle nel nido in 48 ore, la situazione non migliorerà in seguito. Le api rimaste, comunque saranno sensibilmente meno e, per toglierle del tutto, va utilizzata la spazzola (va bene anche un rametto di rosmarino). È altrettanto vero, però, che se c’è flusso nettarifero oppure si inserisce sotto l’apiscampo un melario con telaini impiastricciati del miele smielato da poco, possono risultare sufficienti anche meno di 24 ore.

Non di rado i modelli che si trovano in commercio sono costruiti male perché il listello che lo circonda deve essere il più alto possibile, almeno un paio di cm. Molte ditte lo realizzano rispettando lo spazio d’ape e ciò, almeno questa volta, non va bene perché è più facile che, dopo averlo inserito, qualche pezzo di cera ostruisca i fori d’uscita, compromettendone la funzione. L’apiscampo, non deve rimanere nell’arnia molto tempo e, inoltre, deve essere adoperato quando il raccolto è, anche momentaneamente, finito e le api, quindi, non fanno in tempo a costruire cera in sovrabbondanza. Quello dell’apiscampo rimane l’unico caso in cui lo spazio d’ape non deve essere osservato.

La scelta dell'arnia: Le arnie per un'apicoltura amichevole con le api.

Se hai deciso di fare l’apicoltore unicamente per il gusto di avere delle api e vederle svolazzare, contribuire alla loro salvaguardia ma senza grosse pretese produttive, se hai deciso di condurre un tipo di apicoltura più naturale o, meglio, amichevole con le api allora i prossimi capitoli possono essere davvero interessanti per te.

Definizione di apicoltura naturale o amichevole con le api

È qualche anno, oramai, che sempre più insistentemente si parla di "apicoltura naturale" o "apicoltura amichevole con le api" (Bee-friendly beekeeping) come di un tipo di apicoltura che cerca di interferire solo in maniera limitata con la vita delle api e, quindi, necessita solo di minime manipolazioni. Il suo intento è quello di tendere a non intervenire affatto sulle api se non per la raccolta di una parte di miele e per la profilassi nei confronti di parassiti e malattie.

Per quanto riguarda la sua denominazione, ultimamente gli interessati sembrano propendere più verso "apicoltura amichevole con le api" o "Apicoltura Bee-friendly", poiché l'appellativo di "apicoltura naturale" da una parte sembra troppo presuntuoso e, dall'altra, illusoria. Infatti, chi siamo noi per poter affermare che questo tipo di allevamento è davvero quello che vorrebbero le api? Nessun tipo di allevamento può dirsi davvero “naturale”. Però, l'appellativo "naturale", nell'accezione più allargata, può perfino essere troppo generico visto che anche l'uomo è un animale e, quindi, facente parte della natura e, pertanto, qualsiasi cosa fatta dall'uomo, fosse pure un televisore, può essere compreso nell'appellativo di "naturale".

Chi segue questo tipo di apicoltura lascia le api libere di esprimere il proprio comportamento, permettendo loro di costruire i favi in maniera libera, utilizzando arnie di semplice costruzione. Inoltre, cerca di ricostruire un ambiente consono alla loro esistenza, compresa la bassa densità di popolazione negli apiari. Il tipo di ape prescelto per questo tipo di apicoltura deve essere strettamente collegata all'ambiente ecologico in cui si intende operare. Il tipo di moltiplicazione favorito è la sciamatura naturale e la decisione sulla sostituzione della regina viene lasciato alle api.

Per quanto riguarda la raccolta dei prodotti delle api, ciò che viene tolto alle colonie è quanto le api possono dare senza essere stimolate a produrre di più o senza che quanto tolto debba essere rimpiazzato in maniera artificiale; la produzione vista come un "benefico effetto collaterale".

Nella cura delle malattie viene ostacolata ogni ingerenza da parte dell'apicoltore; l'unico intervento possibile è quello del contenimento della Varroa, ma nella prospettiva di giungere all'equilibrio ospite-parassita che fa diventare inutile ogni tipo di trattamento.

Apicoltura amica della biodiversità

Tuttavia, c'è un'altra ragione per cui amare l'apicoltura amichevole con le api ed è quella che con essa si favorisce la biodiversità. Si favorisce perché è un'apicoltura che si sposa bene con chi non ha particolari velleità produttive; facilmente l'apicoltore inizia il proprio allevamento recuperando uno sciame di qualche apicoltore locale, difficilmente attuerà una inibizione della sciamatura e a sua volta contribuirà a rilasciare nell'ambiente alcuni sciami che non è stato capace di riprendere, non ha intenzione di sostituire le regine delle colonie che allevae ha tutta la voglia di lasciare alle api abbondante autonomia di comportamento.

Con il termine biodiversità si intende la varietà degli esseri viventi, animali, vegetali e microrganismi, esistenti in un habitat. Favorire la biodiversità è molto importante perché un ambiente povero di biodiversità non sa reagire ai cambiamenti che in esso avvengono. Ad esempio, se in un areale si allevano api che hanno un alta parentela (questo è molto facile quando, per motivi produttivi, gli apicoltori acquistano regine da un allevatore - che le riproduce da pochissime linee - o anche da molti ma che a loro volta acquistano le madri per moltiplicarle da un unico produttore) perché sono molto produttive, docili e poco sciamatrici ma potrebbero essere, invece, molto sensibili ad un nuovo virus chissà come arrivato da un luogo sconosciuto. In una popolazione variegata, ovvero non sottopostaad una pressante azione selettiva da parte degli apicoltori, riusciranno a sopravvivere molte colonie, magari non particolarmente produttive (che in un programma di selezione sarebbero state escluse) dalle quali ripartire per ripristinare il numero di colonie originario.

La biodiversità, quindi, è una ricchezza incommensurabile (e per questo poco considerata) e più ce n’è e più l'ecosistema è flessibile e sa reagire senza troppi sconvolgimenti all'ingresso di fattori avversi. Un ambiente ricco di biodiversità è più stabile di uno povero. Un ambiente che ha perso buona parte della varietà biologica in essa contenuta è quasi impossibile che possa ritornare allo status quo precedente.

Si favorisce la biodiversità di un ecosistema aumentando la varietà biologica delle specie viventi. Per quanto riguarda l'apicoltura sifavorisce la biodiversità mantenendo il più possibile la variabilità all'interno della specie Apis mellifera. La diffusione in larga scala di ibridi ed anche delle sottospecie non autoctone è un forte impoverimento della specie in quanto alla fine di questo processo si avrà un unico miscuglio con poca variabilità genetica a causa della selezione. Dopo aver distrutto la meravigliosa biodiversità che oggi è possibile ancora trovare in alcuni areali, lo stesso allevatore di ibridi subirà un danno irreparabile perché gli ibridi devono le loro performance all'incrocio di sottospecie diverse ovvero al fatto che in qualche territorio qualcuno si sia impegnato a tutelare la biodiversità che, invece, loro stanno distruggendo. 

Per la salvaguardia della Natura, ogni tipo di selezione (anche quella che si compie sulle sottospecie autoctone) è sempre negativa perché riduce la biodiversità: da una popolazione di alveari, il selezionatore ne prenderà pochissimi e li moltiplicherà a dismisura. Ma alla Natura non importano le performance ma solo la sopravvivenza della specie. Ovvero, non le interessa tanto il fatto che una colonia d'api produca 5 kg di miele in più sulla fioritura dell'acacia, ma che sappia resistere all'aggressione di un parassita. Questo è importante a maggior ragione in un momento in cui non esiste quasi più una popolazione di alveari naturali, in seguito alla diffusione della Varroa. 

Andare contro la variabilità genetica delle api è come andare contro quello che loro più desiderano dai primordi della loro evoluzione. Lo dimostra il fatto che l'accoppiamento tra regine e fuchi avviene in volo ad una notevole distanza dall'alveare d'origine della regina, in luoghi detti “assembramenti di fuchi” dove i maschi di tutti gli alveari di un’ampia zona si riuniscono in migliaia; inoltre i maschi, nel momento degli amori, vengono tranquillamente accettati da ogni alveare e ogni maschio, nella sua vita, può allontanarsi dal proprio alveare d'origine per alcune decine di chilometri. Infine, ogni regina vergine, durante il volo nuziale, viene fecondata da più fuchi (poliandria), normalmente una quindicina ma fino a 25. Ma in un ambiente povero di variabilità genetica una regina vergine, che sta volando per il suo accoppiamento, troverà sulla sua strada principalmente fuchi potenzialmente imparentati tra loro e con lei. Abbiamo detto che l'ape regina si accoppia con più maschi ma se questi maschi sono imparentati tra loro è come se si accoppiasse con un esiguo numero di fuchi. 

La poliandria è una interessante condizione perché la comunità di operaie sarà molto variegata e composta da più gruppi o sottofamiglie di individui legati geneticamente dal fatto di avere il padre in comune (patrilinee). Possiamo dire che già nell'alveare si manifesta una spiccata biodiversità.

In un recente studio scientifico è stato scoperto che è nelgenere Apis e in limitatissime specie di formiche e vespe, che in assoluto si concentra il maggior numero di specie di insetti in cui la poliandria è sovrabbondante mentre in altri generi il numero di maschi che si accoppia con la regina è molto vicino ad 1. Anche nelle api senza pungiglione e nei bombi la media di maschi che feconda la regina è prossima a 1. Quindi la poliandria non è frequente negli insetti sociali, anzi sembrerebbe l'esatto opposto. In effetti, l'accoppiamento della regina all'esterno dell'alveare è un momento molto delicato per la colonia perché può mettere a rischio la sua sopravvivenza ad esempio per la predazione della regine durante il volo di fecondazione. Inoltre prevede dei costi energetici molto alti. Gli insetti sociali si assumono il rischio del volo di accoppiamento perché è essenziale per loro minimizzare il pericolo di consanguineità (con l'accoppiamento all'interno dell'alveare la regina vergine rischia facilmente di accoppiarsi con un suo fratello) ma solo le api del genere Apis dilatano questo rischio con la loro poliandria spinta. 

In un altro studio scientifico è stato osservato che questa grande variabilità genetica, che si riscontra all'interno delle colonie, aumenta il loro comportamento igienico. L'istinto igienico è quel comportamento che hanno alcune operaie della colonia per il quale sono capaci di aprire le cellette nelle quali si trovano delle pupe morte o in sofferenza e di rimuoverle eliminandole dall'alveare. Così facendo forniscono protezione alle altre larve che non rischiano di ammalarsi. In queste circostanze, l'accoppiamento multiplo può aumentare la media delle api che hanno questo istintoe, quindi, la poliandria potrebbe essere un adattamento evolutivo utile a contrastare il diffondersi delle malattie all'interno dell'alveare.

Quindi, sappiate che se perseguirete l'apicoltura amichevole con le api entrerete a far parte di un progetto ancora più ampio e d'interesse collettivo di recupero della biodiversità. Basta soltanto prendervi cura delle api che il caso vi ha donato e cercare di non cadere nella tentazione delle sirene della produttività che vi prometteranno raccolti da favola. Dentro ognuna delle api svolazzanti del vostro alveare intenta a portarvi qualche milligrammo di nettare, c’è un patrimonio genetico d'inestimabile valore degno della vostra considerazione.

Si può fare reddito usando le arnie amichevoli con le api?

Dovendo dare una risposta secca a questa domanda dovrei dire certamente no. Se questo è il vostro fine, l'arnia Langstroth o la sua versione europea, la Dandant, è senza dubbio la migliore. È la migliore perché la colonia che vi è insediata mantiene, con l'aiuto dell'apicoltore (che di continuo toglie favi di covata e miele), un perpetuo stato giovanile di crescita. Quindi, se il parametro che si prende in considerazione è la quantità di miele prodotto, non c'è paragone: la Langstroth o la Dadant sono le arnie che potenzialmente permettono il quantitativo massimo di miele per alveare e, ne sono abbastanza certo, difficilmente potranno essere eguagliate.

Siccome la quantità di miele prodotto nelle arnie a favo naturale è sensibilmente minore di quello prodotto dalle arnie Langstroth, il costo di produzione di un chilo di miele è sensibilmente maggiore. L'unica possibilità che si ha di avere un reddito maggiore è, quindi, solo quella di riuscire a vendere il miele ad un prezzo più alto che tenga in considerazione le maggiori spese a parità di miele prodotto.

Questo tipo di arnie e il modello di apicoltura proposti in questa parte del libro sono l’ideale per quegli apicoltori che vogliono controllare una decina di alveari o poco più per produrre miele per la propria famiglia e, con il surplus, allietare la mensa di amici e parenti. Non stiamo parlando di super professionisti e, quindi, tendono più a fidarsi delle api che di se stessi. Il tipo di apicoltura praticato è molto economico se rimane circoscritto a pochi alveari perché le arnie sono di facile costruzione e molto economiche e se fatte con legno di scarto possono anche non costare nulla. Inoltre non è necessario acquistare nessun tipo di accessorio per l'allevamento delle api se non, in qualche modello di arnia, un diaframma e un nutritore. E neppure il costoso materiale per raccogliere il miele perché avviene spremendo i favi con le mani o con piccoli torchi. Per di più gli alveari non hanno bisogno di essere aperti in continuazione (attenti alla Varroa, però!) abbassando il costo delle operazioni in campo.

Tuttavia l'economicità di una attività produttiva non può essere licenziata in così poche righe e, inoltre, può cambiare anche sensibilmente se cambiano le condizioni esterne. 

I vantaggi che si ottengono allevando le api in alveari amichevoli con le api.

In questo paragrafo, vorrei provare a tralasciare i vantaggi di tipo sentimentale, come ad esempio il piacevole stupore di veder costruire un favo da queste meravigliose creature, perché non facilmente misurabili. Questo non vuol affatto dire che non siano importanti, anzi. Quante cose facciamo nella vita che sembrerebbero non avere un senso logico, eppure ci appagano e ci fanno vivere meglio e più in armonia con la natura. L’uomo, per vivere felice, ha bisogno di poesia e romanticismo…

Tra i maggiori vantaggi “misurabili” c’èl’estrema docilità delle api che vivono in alveari a favo naturale, rispetto a quelle che risiedono all’interno di alveari tipo Langstroth o Dadant. Spesso gli alveari possono essere aperti senza l’ausilio di affumicatore e guanti. Questo le rende arnie assolutamente consigliabili quando devono essere sistemate in apiari all’interno di giardini, orti e, più in generale, nel caso di apicoltura urbana.

Non è facile capire il perché di questa particolare docilità; sicuramente in questo tipo di alveari c’è una migliore e più efficiente gestione del calore all’interno del nido perché esso rimane “intrappolato” tra i favie questo comporta un minor dispendio di energia un minore raffreddamento della covata e, probabilmente, un miglior benessere generale. Al contrario, nelle arnie tipo Langstroth, per lo spazio che c'è tra telaino e parete dell'arnianecessario per poter estrarre il favo, e tra barrette superiori dei telaini e coprifavo, il calore si omogeneizza tra i telaini e l’apertura dell’alveare provoca un’improvvisa e repentina fuoriuscita di maggior parte dell’aria calda con conseguente raffreddamento della covata (tanto è vero che in estate le api sono generalmente più docili in quanto tra l’aria interna – 35°C – ed esterna c’è poca differenza). Se i favi, invece, sono attaccati alle pareti dell'arnia e non c’è uno spazio sopra le barrette dove è fissata la cera, l’aria calda rimane imprigionata tra i favi, soprattutto se sono “a caldo” – ovvero paralleli alla porticina di volo; in tal modo le api sono facilitate nel mantenere il calore del nido e questo rispetta il normale flusso d'aria che c'è nell'arnia in cui le api sono libere di costruire i loro favi. Questo potrebbe (il condizionale è d'obbligo) influire anche su alcuni comportamenti delle api; infatti l’estrema mobilità dell’aria all’interno dell’alveare potrebbe interferire, ad esempio, sulla trasmissione dei feromoni.

In questo tipo di alveari il ricambio della cera è molto veloce perché i favi vengono sistematicamente distrutti per la raccolta di miele; questo dovrebbe essere favorevole sia per mantenere una maggiore igienicità dell’alveare sia per la riduzione dei residui di molecole indesiderate nella cera.

A parità di miele prodotto, si ottiene una maggiore quantità di cera, a volte di tre volte superiore.

L’altra caratteristica che è immediatamente percettibile, soprattutto agli occhi di un apicoltore esperto, è l’incredibile popolosità degli alveari. Probabilmente questo dipende dal fatto che a parità di spazio, nell'arnia in cui le api sono libere di costruire vi sono più favi (perché l’intervafo è minore) ed anche una maggiore densità di celle per dm2. Questo è un punto senz’altro positivo soprattutto per la tolleranza alle malattie.

Le ore lavorate per alveare sono decisamente minori di quelle che richiede un alveare a favo mobile. L’escludi regina diventa un accessorio inutile per cui la regina ha libero accesso ad ogni parte dell’alveare; l’arnia costa poco – anche nulla se si usa legno di scarto – e non devono essere acquistati neppure i fogli cerei.

Gli svantaggi.

L’arnia in cui le api sono libere di costruire i loro favi, come abbiamo detto in precedenza, non è la miglior arnia in assoluto e sarebbe sbagliato affermarlo. Chi la adotta, avrà estrema difficoltà ad allevare regine e produrre pappa reale; in quelle che hanno il favo fisso, come la Warré, è difficile, se non impossibile rintracciare le regine per sostituirle o per fare il blocco di covata e anche produrre miele monofloreale. Non si può usare il soffiatore ed anche i trattamenti con i comuni prodotti antivarroa sono difficili da eseguire. 

L’impossibilità o, meglio, la difficoltà di contenere la sciamatura, non è detto che debba essere annoverato tra gli svantaggi del tipo di alveare. Gli apicoltori che fanno un’apicoltura da reddito, al fine di aumentare la produzione della propria azienda dedicano molto tempo per contenere la sciamatura, cercando di rallentare la naturale progressione della colonia togliendo api (con la produzione di pacchi d’ape) e/o asportando covata (per il pareggiamento delle famiglie e per la produzione sciami artificiali) e, alla fine, distruggendo le celle reali. 

Gli apicoltori che fanno un tipo di apicoltura più amichevole con le api, esattamente come facevano coloro che allevavano le api nei vecchi bugni villici, il loro tempo lo occupano raccogliendo gli sciami, producendo sciami artificiali o, tutt'al più, sdoppiando le famiglie. Insomma per i primi la sciamatura è una iattura, per i secondi, non dico una benedizione, ma senz’altro una caratteristica da salvaguardare. Se questo, poi, lo si mette in relazione ad una minore infestazione di Varroa (anche di un terzo rispetto delle famiglie che hanno sciamato rispetto a quelle che non lo hanno fatto) il vantaggio risulta duplice.

Anche il metodo di smielatura, che può essere eseguita praticamente solo pressando i favi con le mani o con un torchio, potrebbe non essere visto come un difetto in assoluto perché si riducono i costi e si aumentano le quantità di sostanze insolubili presenti nel miele, soprattutto polline che da qualcuno potrebbe essere visto addirittura come una grande opportunità.

Purtroppo gli alveari a favo naturale non eliminano il problema della Varroa benché, senza dubbio, lo mitigano. Chi afferma che le api libere di costruire i propri favi riescano a contenere la Varroa, è in cattiva fede. Può certamente capitare, ma come in tutti gli alveari, anche quelli utilizzati dagli apicoltori desiderosi di fare reddito. Il fatto è che quest’ultimi non riescono ad accorgersi che in qualche loro alveare si è raggiunto l’equilibrio ospite-parassita perché trattano il primo e l’ultimo dei loro alveari in maniera standard. Certamente, per il maggior rispetto del microclima interno, per il fatto che costruiscono celle più piccole, hanno un maggiore numero di api, sciamano e, quindi, hanno un blocco naturale della covata, e quindi hanno una maggiore sanità generale ecc., le api riescono a tollerare meglio la Varroa, ma sicuramente ciò non renderà superfluo il trattamento di contenimento della Varroa.

Una delle più frequenti contestazioni a questo tipo di arnie è l’impossibilità a diagnosticare in tempo le malattie delle api e la facilità nella loro diffusione, soprattutto se di origine batterica. Certo, nelle arnie in cui i favi non possono essere estratti, se si aggiunge l’inesperienza dell’apicoltore alle prime armi, questo può accadere ma non in misura particolarmente maggiore che in altri tipi di arnie.

A prescindere dal fatto che le api si ammalano meno se lasciate in pace, se possono gestire da sole le malattie e se la cera viene sostituita frequentemente, la più frequente causa di diffusione di malattie tra alveari è lo scambio di materiale biologico (api, covata, miele e cera) tra alveari diversi, e negli alveari in cui le api sono libere di costruire i loro favi, come già detto, questo non è facilitato e, inoltre, è contrario ad un modello di apicoltura amichevole con le api. Tuttavia, se risulta necessario visitare un favo, questo è possibileavendo l’accortezza di tagliare i piccoli ponti di cera con cui le api attaccano il favo alla parete del corpo dell’arnia mediante l’uso della leva o di un apposito coltello ad “L”.

La scelta dell'arnia: Le arnie per un'apicoltura amichevole con le api.

In questi ultimi anni si osserva un gran fiorire di modelli di arnie di ogni tipo, dalla Warré alla cosiddetta Perone, che permettono alle api di costruire i favi in maniera abbastanza autonoma e di fare pochi interventi manipolativi. Benché veda con interesse questo movimento, personalmente non credo che un'arnia possa salvare la vita delle api.

Da molti anni la nostra azienda ha elaborato un progetto la cui finalità è stabilire se sia possibile trasferire in un'azienda apistica dei modi di allevamento più consoni al comportamento naturale delle api e tra le prime cose fatte è stato quello di valutare quale arnia sia più "a misura" d'ape. Abbiamo sperato così di ottenere un qualche vantaggio sul versante della resistenza alle malattie. Il risultato più apprezzabile che finora abbiamo ottenuto è scoprire che l'ape è così adattabile che "dove la metti, sta", addirittura nelle arnie a favo mobile che sono tra le più innaturali mai ideate. Tutto sommato questo risultato era abbastanza prevedibile perché se alle api, per salvarsi la vita dall'aggressione delle malattie (prime tra tutte la Varroa), fosse bastato trovare un qualche ricovero a loro confacente, allora i nostri boschi sarebbero ancora popolati da innumerevoli colonie.

Dico questo perché, seppure per un motivo apprezzabile – salvare le api da un declino che pare inarrestabile – molti apicoltori sono indotti ad adottarle e, solo per questo, credono di poter far a meno dei trattamenti contro la Varroa. Il rischio è che, a causa della sopravvalutazione delle capacità dell'arnia, lascino la colonia a se stessa facendola morire e, ancor peggio, innescando una pericolosissima re-infestazione degli alveari vicini che, seppur correttamente allevati, rischiano per questo motivo anche loro la morte.

Diciamolo chiaro: se le colonie di api, grazie all’uso di arnie che concedono loro la possibilità di costruire i favi totalmente in maniera autonoma – con il risultato finale di riuscire gestire liberamente il nido – ottengono un piccolo vantaggio in fatto di tolleranza alla Varroa è probabilmente perché, il più delle volte, il popolamento dell'arnia avviene con uno sciame naturale che notoriamente porta con se notevolmente molta meno Varroa di un alveare che non si è diviso. Questo avviene anche, seppure in misura minore, se si popola la propria arnia "naturale" con un pacco d'api. 

Inoltre, in questi alveari è più difficile attuare pratiche di soppressione della sciamatura e di stimolo della regina a covare, rispetto ad alveari a favo mobile. Infatti, in questi ultimi, quando si inserisce un melario con favi già costruiti (quasi impossibile in quelle a favo naturale) nel momento in cui arriva il raccolto, le api lo depositano nel melario, lasciando liberi i favi del nido per la deposizione delle uova. Invece, nelle arnie in cui le api devono, per stoccare il miele, costruire nuovi favi, man mano che nascono le api, una parte delle celle libere del nido è riempita di miele, riducendo così lo spazio per la covata e, conseguentemente, lo sviluppo della Varroa.

Insomma, le api che popolano questo tipo di arnie, traggono vantaggio dal fatto che l'apicoltore può interferire poco nella loro vita. Le produzioni crolleranno, ma la salute se ne avvantaggerà, come ad un campione dello sport a cui si tolgono le interferenzedella tecnologia quali attrezzature, dieta e pratiche di allenamento fantasmagoriche, ciò che gli rimarrà per fare unabuona prestazione è la sua genetica e poco più ma, certamente, si allontanerà anni luce da ciò che era in grado di fare quanto poteva far conto sullatecnologia.

Quindi, attuare un'apicoltura amichevole con le api non può essere soltanto cambiare l'arnia nella quale collocarle, come con un po' di giustificabile semplicità qualcuno ha voluto prospettare, ma mettere in gioco tutti assieme una serie di aspetti che, se vogliamo tradurlo più semplicemente, potremmo dire "aver fiducia sulle capacità delle api di farcela da sole". Naturalmente, prendendoci tutto il tempo necessario per arrivare alla condizione finale in cui di nuovo, finalmente, tutte le colonie, o quasi, saranno capaci di sopravvivere alle avversità in perfetto equilibrio con l’ambiente. Oramai appare chiaro che questa condizione non è possibile raggiungerla senza un passaggio temporale per il momento sconosciuto in cui mettere in atto un tipo di apicoltura “intermedia” nella quale, come minimo, dobbiamo continuare a dare un aiuto alle colonie che alleviamo, per lo meno per diminuire la pressione distruttiva della Varroa.

Chi ha provato a lasciare a se stesse le api si è scontrato con una mortalità inusitata con percentuali che si avvicinano pericolosamente al 100%. Certamente, se per un lungo periodo di tempo, si smettesse di allevare le api, queste riuscirebbero a trovare la strada per sopravvivere anche a costo di una diminuzione della loro popolazione, almeno nel mondo occidentale, apocalittica. Naturalmente, a causa del fatto che l'ape è produttrice di un importante alimento e, ancora di più, perché è molto più utile come impollinatore delle piante di interesse agrario e selvatico, non è pensabile di percorrere una strada così radicale.

Vediamo di seguito quali sono i modelli di arnia più utilizzati da chi pratica l'apicoltura amichevole con le api. Prima, però, dobbiamo ancora una volta ribadire che, per quanto abbiamo finora sperimentato, l'adozione di un'arnia invece di un'altra da sola non è in grado di salvare le api. Qualora foste già apicoltori è bene sapere che per praticare l'apicoltura amica delle api non è essenziale cambiare il modello di arnia, si può utilizzare quella che si haanche fosse discendente diretta dell'arnia Langstroth. Il fatto fondamentale è che questi modelli di arnie a favo mobile permettono qualsiasi manipolazione delle api, anche le più spinte, mentre i vari modelli di arnie in cui le api costruiscono il nido in maniera più autonoma, invece, concedono meno possibilità di intervento da parte dell'apicoltore risultando intrinsecamente più amichevoli nei confronti delle api. Vediamo i modelli più utilizzati.

Le caratteristiche che deve avere un'arnia in cui le api costruiscono autonomamente i favi.

Quando ho intrapreso il mio percorso sulla tortuosa strada dell'apicoltura amichevole con le api, preso da un po' di vanità, ho inizialmente pensato di costruire la "mia" arnia. Tuttavia già alla fine della prima stagione avevo capito che la presunzione di conoscere bene il loro comportamento, "solo" perché avevo accumulato un'esperienza trentennale di lavoro nell'apicoltura cosiddetta razionale, era stata cattiva consigliera. Un disastro: i favi si rompevano, le api soffrivano, la Varroa non dava tregua. Allora, con il capo cosparso di cenere, ho deciso di cominciare da zero, partendo per un viaggio di formazione in Sardegna dove, per fortuna, in alcune zone è ancora ben radicato l'allevamento delle api nelle tradizionali arnie di sughero. L'intento era capire cosa l'esperienza millenaria di allevamento delle api sapeva consigliarmi per non incorrere più negli errori iniziali. 

Il favo naturale che l'ape costruisce dentro il cavo di un albero o dentro l'anfratto nella roccia (o in qualsiasi altro posto che ha scelto autonomamente) è stabile; quindi può essere grande quanto ella vuole (ne ho visti superare il metro di altezza) ma rimanendo fisso in un luogo ben coibentato nulla può succedergli. È fortemente assicurato al soffitto e lungo i fianchi e la temperatura esterna non può renderlo più malleabile e fragile tanto dainfluire sulla sua tenuta. 

Quando le api costruiscono un favo dentro un'arnia, certo non sanno che il loro ricovero sarà aperto più volte da un tizio che vuole prendergli del miele. Questo favo perde molti dei suoi punti di ancoraggio con l'arnia e, inoltre, in qualche caso verrà addirittura estratto e roteato per una visita accurata in cerca della regina o di una malattia. Ecco che un favo costruito naturalmente dentro un'arnia, perché non si rompa, deve essere piccolo oppure opportunamente rinforzato. 

I bugni rustici sardi che sono verticali (e quindi con favi lunghi anche 50-60 cm) hanno una croce all'incirca nel mezzo che determina una maggiore resistenza. In Sicilia i "Fasceddi" sono delle arnie a tunnel che costringono le api a costruire favi di una ventina di centimetri per lato.  

L'arnia Langstroth, la prima a favo mobile, è una tra le più basse tra tutte quelle venute in seguito, perché il suo ideatore, probabilmente, non potendoancora usare il foglio cereo in quanto non ancora inventato, sapeva che costruire dei telaini grandi avrebbe avuto come controindicazione un grosso rischio di rottura dei favi durante le visite. Internamente il suo telaino, aveva un'altezza di circa 20 cm. Inoltre,all'interno del telaino le api fissano il favo non solo sulla barretta superiore ma anche sui fianchi laterali. Fil di ferro come armatura e foglio cereo hanno poi permesso di avere dei favi a prova di maltrattamento.

Ecco allora fissati i pochi punti davvero essenziali ciò che deve avere un'arnia amichevole con le api:

1) favi piccoli di altezza massima di 20 cm;

2) sufficiente coibentazione soprattutto sulla testa dell'arnia in modo che il sole battente non riesca a scaldare i favi;

3) possa essere aperta con facilità per permettere la somministrazione dei trattamenti necessari per il controllo della varroa.

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