Le api (tutte le specie, non solo quella da miele) e le piante da fiore (angiosperme) hanno costruito il loro rapporto in oltre cento milioni di anni. All’inizio fu poco meno di uno sfruttamento. Gli insetti mangiavano polline e portarne un po’ da una pianta all’altra era solo un effetto collaterale. Lo facevano già prima che esistessero i fiori, sui coni di cicadee e conifere.
I primi a frequentare i fiori furono soprattutto i coleotteri che, essendo guidati più dall’olfatto che dalla vista, spinsero di conseguenza le piante a produrre fiori grandi, robusti e profumati. Le api, invece, arrivarono più tardi. Discendono da vespe che avevano abbandonato la carne per il polline e in più avevano qualche pelo che aiutava nel trasporto involontario di polline e ne aumentava l’efficienza. Da allora la specializzazione è cresciuta da entrambe le parti, fino ai risultati straordinari di oggi.
Il fiore non è altro che una gemma su un rametto che si è differenziata e in cui le semplici foglie verdi diventano petali. È una trasformazione guidata da ormoni e fattori ambientali i cui effetti più sorprendenti si possono apprezzare pienamente solo con gli occhi delle api. Da una gemma, quindi, possono nascere semplici foglie verdi oppure petali dai colori sgargianti, spesso arricchiti da segnali che noi umani non riusciamo a vedere e apprezzare.
L’ape usa diversi sensi per trovare il fiore, ma la maggior parte delle informazioni la ricava dalla vista: un senso che a noi umani può sembrare un vero superpotere.
L’olfatto risiede nelle antenne. Il riconoscimento delle molecole profumate avviene quando la forma di alcuni recettori sulla loro superficie si adatta alla sagoma della molecola, come una chiave nella sua serratura.
L’apparato visivo è invece più complesso. Le api hanno due grandi occhi composti e tre ocelli, i tre piccoli occhi semplici al centro della testa, che non servono a formare immagini ma a misurare l’intensità della luce. Aiutano l’ape a mantenere l’orizzonte e la stabilità in volo e contribuiscono a regolare l’attività all’alba e al tramonto. Ma a scandire i tempi della giornata ci pensa soprattutto l’orologio interno dell’ape, il ritmo circadiano.
Gli occhi grandi, ai lati della testa, sono composti da migliaia di ommatidi, minuscole unità ottiche sfaccettate che sono circa 6.900 per occhio nelle operaie e circa 8.600 nei fuchi.
Ogni ommatidio cattura una piccola porzione della scena e il cervello dell’ape ricompone le porzioni in un’unica immagine. Il risultato è simile a un mosaico in cui ogni tessera corrisponde a un’unità visiva. Per rendere l’idea, si può immaginare una parete di televisori affiancati, ognuno dei quali mostra un pezzo dell’immagine complessiva.
Per la sua struttura l’occhio a “mosaico” dell’ape ha uno svantaggio, ovvero porta a una risoluzione più bassa della nostra. L’ape vede il mondo molto più “sgranato” di noi e la forma di un fiore la distingue bene solo da vicino. Da lontano, per lei, un fiore è poco più di una macchia di colore che contrasta con lo sfondo.
Anche se noi e le api abbiamo degli occhi completamente differenti, una cosa in comune l’abbiamo: tutti i colori li costruiamo a partire da tre tipi di fotorecettori. I nostri sono sensibili soprattutto al blu, al verde e al rosso. Quelli delle api all’ultravioletto, al blu e al verde.
L’intero spettro dell’ape è quindi spostato verso le onde corte. Lei vede l’ultravioletto, che per noi è invisibile. Noi vediamo il rosso, che per lei è quasi altrettanto invisibile. L’ultravioletto per l’ape non è una sfumatura del violetto, ma un colore primario a pieno titolo, come per noi il blu. E dalla miscela di UV e giallo nasce un colore che non possiamo nemmeno immaginare, chiamato “porpora d’ape”.

I fiori di un rosso puro sono pochi e, nelle Americhe, sono impollinati soprattutto da uccelli come i colibrì. Un apicoltore obietterebbe: “E il trifoglio rosso, la sulla, il rododendro?” In realtà non sono rossi ma porpora, un colore che le api vedono benissimo come blu. Altri fiori, come il papavero, sono sì rossi, ma riflettono l’ultravioletto e quindi l’ape non li vede neri ma “ultravioletti”.
Ciò che per noi è un petalo di un solo colore, per l’ape spesso non lo è. Molti fiori hanno disegni che riflettono o assorbono l’UV, le cosiddette guide al nettare. Si accendono come le luci di una pista d’atterraggio e indicano il punto dove si trova il nettario. Per vederle basta cercare “UV flowers” su un motore di ricerca.
C’è anche un trucco che non usa pigmenti. Nel 2017 un gruppo di ricercatori di Cambridge ha scoperto che alcuni petali hanno sulla superficie minuscole creste, disposte in modo irregolare, ed è proprio questa irregolarità a produrre l’effetto finale. Queste nanostrutture diffondono la luce nel blu e nell’ultravioletto, creando un “alone blu” invisibile a noi ma ben visibile ai bombi (e probabilmente anche alle api mellifere, che però non sono state oggetto di questa ricerca). Molte piante non sono capaci di produrre pigmenti blu, e questo alone è il loro modo alternativo di farsi notare.
E questo spettacolo non cambia con il tempo che fa. Le api, come noi, hanno la costanza cromatica, grazie alla quale riconoscono il colore di un fiore anche quando la luce cambia, al sole o sotto le nuvole.
Le api hanno un’altra capacità straordinaria: percepiscono il movimento molto più rapidamente di noi. Il nostro occhio fonde in un’immagine continua le immagini che si susseguono con una frequenza di circa 60 al secondo. Quello dell’ape le distingue fino a circa 200 al secondo, tre o quattro volte più di noi.
Per noi, in auto, i fiori sul ciglio della strada diventano una striscia indistinta, ma per l’ape no. Grazie a questa visione “fotogramma per fotogramma” riesce a seguire un fiore mosso dal vento e a posarvisi senza difficoltà.
Tuttavia, la visione del movimento delle api è praticamente cieca ai colori, perché passa quasi solo dal recettore del verde. Il colore, al contrario, l’ape lo elabora con più calma. Quando deve distinguere due tinte simili rallenta, sacrificando la velocità a favore della precisione.
Questa vista rapida ha una conseguenza pratica per noi. Se ci avviciniamo troppo a un alveare e diventiamo oggetto di attenzione, scacciare le api agitando le mani è inutile perché ogni gesto è per loro perfettamente visibile e ne aumenta l’aggressività. Contano anche i vestiti scuri, che ricordano i predatori, e l’odore, compreso il feromone d’allarme delle api che hanno già punto. La cosa giusta da fare è allontanarsi con calma, senza movimenti bruschi.
Per orientarsi l’ape non ha un GPS, ma qualcosa di altrettanto ingegnoso costituito da una bussola e un contachilometri, entrambi visivi.
La bussola è la luce polarizzata. La luce del cielo vibra in direzioni che dipendono dalla posizione del sole e formano nel cielo un disegno invisibile a noi. L’ape lo legge con una fascia speciale in cima a ciascun occhio composto, l’area marginale dorsale. Le basta un ritaglio di cielo azzurro per sapere dove si trova il sole, anche quando è nascosto da una nuvola o da un albero.
Il contachilometri è il flusso ottico. Durante il volo il paesaggio scorre sotto gli occhi dell’ape e lei riesce a misurare quanta immagine è scorsa; in questo modo sa quanto ha volato.
Per provare ad immedesimarci in ciò che succede in un alveare durante una fioritura, seguiamo un’ape di casa che ha appena raggiunto l’età per diventare bottinatrice (la divisione dei compiti in un alveare è dettata dall’età dell’ape e la raccolta di nettare e polline è uno degli ultimi compiti di un’ape).
La nostra novizia si avvicina a una sorella più anziana, appena rientrata da un volo di perlustrazione, che si esibisce nella danza dell’addome. L’alveare è buio, quindi la novizia non vede la danza: la segue con le antenne, il tatto e le vibrazioni dell’aria. La direzione della corsa rispetto alla verticale del favo le indica l’angolo da tenere rispetto al sole una volta uscita dall’alveare. La durata della fase “scodinzolante” le indica invece la distanza, perché più tempo dura e più lontani sono i fiori. Se il raccolto fosse vicino all’alveare, l’ape anziana si esibirebbe nella danza circolare, che dice solo “cerca qui intorno”.
La distanza indicata dalla danza, la sorella l’ha misurata proprio con il suo contachilometri visivo. Lo hanno dimostrato alcuni esperimenti in cui le api volavano dentro tunnel stretti e fittamente decorati: il paesaggio scorreva così in fretta sotto i loro occhi che, una volta tornate all’alveare, danzavano come se avessero percorso distanze molto maggiori di quelle reali.
Uscita dall’alveare, l’ape si affida alla sua bussola a luce polarizzata e al contachilometri del flusso ottico. Quando il conto torna, è arrivata nella zona del banchetto.
Vicino ai fiori entrano in gioco tutti gli altri sensi. L’olfatto la guida verso il profumo che ha sentito sul corpo della sorella. La vista individua il colore che spicca sullo sfondo neutro delle foglie, poi, da vicino, la forma e le guide al nettare.
Le ricerche più recenti mostrano che l’ape non guarda il fiore tutto in una volta, ma lo esplora muovendosi: è la cosiddetta “visione attiva”. In uno studio del 2025 i bombi dovevano distinguere un segno “+” da una “×”. Ispezionavano solo una piccola parte di ogni figura, preferibilmente in basso, e quando quella parte veniva coperta non riuscivano più a riconoscerla. In altre parole, con un cervello minuscolo e una vista poco nitida l’ape non può analizzare un’intera figura in un colpo d’occhio, come facciamo noi. Così la esplora volandoci davanti, un pezzo alla volta, e si concentra solo sui dettagli che le servono per riconoscerla.
E poi c’è un senso che facciamo fatica a comprendere, quello dei campi elettrici. Le piante hanno una carica negativa, mentre le api in volo accumulano carica positiva per lo strofinio con l’aria. Quando un’ape si avvicina a un fiore, il campo elettrico attorno al fiore si modifica.
Nel 2013 i ricercatori dell’Università di Bristol hanno dimostrato che i bombi percepiscono questi campi e imparano a usarli per distinguere i fiori. Dopo una visita, il campo del fiore resta alterato per un paio di minuti e questo è un possibile segnale per le visitatrici successive che quel fiore è appena stato svuotato.
Nel 2016 lo stesso gruppo ha scoperto come avviene la percezione. I peli che ricoprono il corpo del bombo si piegano sotto l’effetto del campo elettrico, come i nostri capelli vicino a un palloncino strofinato, e i neuroni alla loro base inviano il segnale al cervello. Anche le api mellifere sono sensibili ai campi elettrici e riescono a percepire quelli generati dalle compagne durante la danza.
Il fiore, naturalmente, non “emette” il campo apposta per attirare l’ape. È un effetto fisico e la coevoluzione ha insegnato agli impollinatori a trarne vantaggio. Molti insetti hanno peli simili, quindi questo sesto senso potrebbe essere molto più diffuso di quanto pensiamo.
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